Il carcere Bassone di Como (Cusa)
Il carcere Bassone di Como (Cusa)

Menaggio (Como), 5 settembre 2018 - «Sono stato dipinto come un mostro, come fossi il capo di un branco di stupratori. Mi è stata appiccicata addosso un’etichetta che non mi appartiene...». Nicholas Pedrotti, barman 22enne di Chiesa in Valmalenco, ha sempre negato di aver preso parte al presunto stupro di gruppo su due 17enni a Menaggio la notte tra l’8 e il 9 agosto. «Ho vissuto i giorni peggiori della mia vita – prosegue – e sono stato vittima di tante calunnie. È una storia tristissima per me che vedremo come andrà a finire». All’indomani della sua scarcerazione insieme a Zinabu Muratore, 22 anni di Claino con Osteno, e al ventunenne Emanuel Dedaj residente a Spoleto, dopo essere stati sottoposti a fermo giovedì scorso con l’accusa di aver violentato due turiste in villeggiatura sul lago a Menaggio, le indagini sembrano essere solo all’inizio.

Rimessi in libertà per mancanza di «gravi indizi» e del pericolo di fuga. Mentre ci sarebbero elementi più radicati nei confronti del quarto indagato. Il gip di Como Carlo Cecchetti, ha infatti ravvisato una posizione differente per il quarto ragazzo, Gheorghe Rotaru, ventunenne Moldavo che nei giorni scorsi ha lasciato l’Italia facendo ritorno a casa. Il suo fermo è stato convalidato, ed è stata emessa ordinanza di custodia cautelare. Nel suo caso le dichiarazioni della vittima avrebbero trovato conferme in quanto affermato da altri testimoni sentiti dai carabinieri in corso di indagine, così come nell’interrogatorio di convalida di lunedì, da cui emerge che avrebbe costretto una delle due ragazze a subire un rapporto sessuale. Tuttavia gli inquirenti, nelle prossime settimane, dovranno ancora lavorare su quelle mancate convergenze, evidenziate dal giudice, tra le dichiarazioni rese dalle due ragazze, quelle degli indagati e le testimonianze di chi ha ascoltato quei racconti nell’immediatezza.

Lo stesso gip, nella sua ordinanza, sottolinea che i dubbi emersi allo stato attuale, non possono essere considerati come una «assoluzione in bianco», ma solo come necessità di un «maggior vaglio critico». Tra le testimonianze finite agli atti dell’indagine, ci sono anche quelle delle due coetanee delle diciassettenni, che avevano fatto rientro a casa, le prime ad essere chiamate: «Mi ha chiamata al telefono chiedendomi di andarla a prendere – ha detto una delle due, riferendosi all’amica – piangeva e ripeteva che era stata stuprata. Quando l’ho raggiunta piangeva a dirotto, e non voleva essere toccata».