Olindo Romano  e la moglie Rosa Bazzi sono stati condannati  in via definitiva  al carcere  a vita
Olindo Romano e la moglie Rosa Bazzi sono stati condannati in via definitiva al carcere a vita

Erba (Como), 11 maggio 2016 - La difesa di Olindo Romano e Rosa Bazzi si rivolge alla Cassazione per una sorta di arbitrato, una pronunciamento definitivo che metta fine a un estenuante rimpallo di competenze fra Brescia e Como su chi deve disporre l’esame di nuovi reperti. I difensori (Fabio Schembri, Nico D’Ascola, Luisa Bordeaux) si preparano a giocare una nuova carta: intercettazioni di conversazioni dei Romano fra di loro e con amici e conoscenti, mai entrate nel procedimento. L’ex netturbino e la moglie, colf a ore, sono definitivamente all’ergastolo come responsabili dell’eccidio compiuto la sera dell’11 dicembre 2006 in un grande condominio di ringhiera, in via Diaz a Erba: vennero massacrati a coltellate e sprangate Raffaella Castagna, il suo bambino Youssef, di due anni e mezzo, la madre Paola Galli, la vicina Valeria Cherubini. Il marito di quest’ultima, Mario Frigerio, ebbe la gola trapassata dal coltello dell’assassino e si salvò per una malformazione congenita della carotide.

«Molti - dice il difensore Schembri - hanno ritenuto che il fatto che Olindo e Rosa non parlassero del massacro fosse un indizio di colpevolezza. Ci sono delle intercettazioni telefoniche e ambientali che dimostrano il contrario. All’udienza preliminare chiedemmo che venissero trascritte e non lo furono. Chiedemmo che entrassero nel fascicolo processuale e non furono acquisite». Intercettati in auto, i coniugi s’interrogano su chi possa essere stato, quasi litigano sulle ipotesi, parlano di Frigerio, ferito. Rosa conversa al telefono con un’amica, che le consiglia un’assistenza legale. Olindo riceve la chiamata da un avvocato che li ha visti nei tg, si parla di Frigerio che avrebbe riconosciuto il suo aggressore in un vicino. L’uomo rassicura la moglie: «Guarda, Rosa, non voglio dare soldi a un avvocato. Cinquecento euro non ce li possiamo permettere. Il vicino di casa non sono io». Il netturbino racconta alla moglie che gli inquirenti hanno guardato dovunque sulla sua auto con «quella lucetta lì» e che ora la vettura «fa proprio schifo». Aggiunge: «Mi hanno detto che per la fine dell’anno riescono a prendere chi è stato». Anche la consorte è tranquilla: «Non abbiamo niente da temere perché non abbiamo fatto niente». «Siamo di fronte - dice Schembri - a due attori da Oscar oppure, come crediamo, sono due innocenti che discorrono con la coscienza tranquilla».

I nuovi esami. Reperti biologici. Oggetti sulla scena del massacro. Indumenti delle vittime. Mai analizzati o analizzati solo parzialmente. La difesa chiede da tempo un accertamento con la formula dell’incidente probatorio. Il 24 aprile la Corte d’Appello di Brescia ha respinto l’istanza rispondendo che deve essere presentata, correttamente, a Como. Nel lungo palleggiamento parte dei reperti ha corso il rischio di andare perduta. «Circa un anno fa - dice Schembri - l’Ufficio corpi di reato di Como aveva chiesto cosa dovesse fare di quelli in suo possesso e aveva ricevuto dalla procura parere favorevole alla distruzione. La Corte d’Assise aveva risposto che andava bene, ma non prima di un anno. Siamo intervenuti. La Corte d’Assise ha disposto una proroga di nove mesi».

di GABRIELE MORONI