Mario Lucini in aula
Mario Lucini in aula

Como, 12 aprile 2018 - «Il progetto era in stallo, fermo. Questo provocava incertezze sul futuro di tutta la città. Si sapeva che si doveva mettere in conto una terza perizia di variante, perché i lavori previsti nella seconda non bastavano a completare l’intervento. Inoltre l’impresa aveva ribadito che avrebbe declinato qualsiasi responsabilità per eventuali danni ai fabbricati. Era necessario capire come andare avanti». Una sintesi con cui l’ex sindaco di Como Mario Lucini, ha aperto il lungo esame a cui si è sottoposto ieri nel processo legato al cantiere delle paratie del lago di Como, accusato dal pubblico ministero Pasquale Addesso di turbativa d’asta in relazione alla gestione della terza variante. «Io ritenevo che non si potesse più bloccare tutto e buttare via 8 milioni di euro lavori già fatti – ha proseguito l’ex primo cittadino – Ritenevo invece che la cosa più responsabile da fare, fosse valutare come recuperare quanto di buono ci fosse, limitando al minimo i rischi per la città vista la delicatezza del contesto.

C’era infatti il rischio che le ripercussioni non si limitassero, al cantiere, ma che potessero estendersi, e provocare danni permanenti alla città». Lucini ha ricordato che la gestione di questo problema, era stato anche una promessa della campagna elettorale. «Abbiamo fatto incontri con diverse realtà locali, tra cui Camera di Commercio, Ordine Ingegneri e Architetti, Università e Centro Volta: si era fatta strada l’idea di valutare i rischi delle opere, e capire quale fosse la quota di protezione adeguata. Volevamo capire cosa non andava in questo progetto paratie, e ci fu una valutazione condivisa, firmata da tutte le parti politiche. Questa cosa mi fece grande piacere». La delicatezza e importanza di quanto si stava facendo erano molto chiare: 

«Non era un’opera banale come stato detto – ha proseguito Lucini - ma molto pesante, che impattava in un’area delicatissima e di recente formazione geologica». Per poi aggiungere, rispondendo a specifica domanda: «Se ci fossero stati presupposti fondati per la rescissione, perché non avrei avuto interesse a non farlo? Ho tenuto questo macigno su spalle per cercare raddrizzare questo disastro, non avevo alcun interesse a proseguire con Sacaim. Mi avevano avvisato che per recedere dal contratto dovevano esserci motivi validi e strutturati, altrimenti sarebbe potuta intervenire la Corte dei Conti. La mia volontà era trovare il modo di completare l’opera». Pa.Pi.