Como, 21 ottobre 2017 - Il fuoco si è concentrato davanti alla porta di ingresso, dove Faycal Haitot ieri mattina alle 8, ha accumulato coperte, lenzuola, abiti e carta. Tutti materiali fortemente infiammabili, che in pochi attimi hanno fatto divampare un rogo importante, portato in giro per la casa da altri tessuti disseminati lungo il corridoio, verso la camera da letto dove dormivano i suoi quattro bambini. Ha cosparso di alcol tutta la roba ammucchiata, e poi ha aspettato che le fiamme seguissero il loro percorso. La casa, un appartamento al quarto piano di una palazzina alla periferia di Como, via per San Fermo, in pochi attimi è stata invasa da un fumo spesso e tossico, asfissiante. I bimbi si sono svegliati, hanno chiamato il papà, che non voleva e non poteva ormai più salvarli. Li hanno sentiti i vicini di casa: uno di loro ha tentato di aprire la porta di ingresso, bloccato da una maniglia rovente e dalle fiamme che invadevano il disimpegno.
 
Ma nel frattempo sono arrivati vigili del fuoco e ambulanze del 118, e si sono buttati dentro quell’appartamento dove, pochi minuti prima, un uomo di 49 anni aveva deciso di distruggere se stesso e tutta la sua famiglia. È stato il primo a essere trovato morto, in mezzo ai suoi figli in stato di incoscienza, ma ancora capaci di respirare. Siff, morto al Pronto soccorso a soli 11 anni, come le sorelline Sophia e Saphiria, di 7 e 3 anni, e infine Soraya, la bimba di 5 anni, tenuta disperatamente in vita per alcune ore ma poi dichiarata morta in serata all’ospedale Buzzi di Milano. Quattro piccoli, una moglie con gravi problemi di salute, l’assistenza pubblica che, a detta sua, non bastava mai. Faycal si lamentava, era scontento, forse impaurito.
 
Non lavorava da tempo, o comunque non abbastanza. Cosa sia cambiato nella sua vita in questi ultimi giorni, non è ancora stato possibile stabilirlo con certezza. «Non voleva che gli assistenti sociali gli portassero via i figli – raccontava ieri mattina un’amica di famiglia, che ha passato ore in strada, sotto l’appartamento ormai distrutto -. Aveva perso il lavoro, era disoccupato e poi si è sacrificato perché non aveva nessuno che potesse stare con i bambini, la moglie è in ospedale, e allora ci stava lui. Non riusciva a portarli a scuola dal punto di vista economico perché non aveva i soldi per l’autobus, per la mensa e così via». Eppure questa rappresentazione così disperata, sembra non corrispondere all’effettiva assistenza di cui beneficiava da parte dei servizi sociali, che gestivano i bisogni economici dei bimbi, e garantivano che potessero avere una casa e tutto ciò che gli era necessario. Da mesi, il Comune provvedeva ai pasti, facendosi carico dei bambini, affidati al padre nella gestione quotidiana.