Ha rischiato grosso per un errore di chat

Erba (Como), 14 giugno 2018 - Il licenziamento per giusta causa, era arrivato in conseguenza dell’invio, avvenuto per errore, di un messaggio ingiurioso dei suoi superiori all’interno di una chat aziendale. La donna, dipendente di una grossa azienda erbese, aveva in corso un contenzioso legato a una multa presa utilizzando l’auto di servizio. L’epilogo dello scontro tra le parti, era giunto con il licenziamento del 22 marzo scorso, motivato da «grave insubordinazione e irrimediabile lesione del vincolo fiduciario». Contestazione disciplinare di una settimana prima, relativa all’invio del messaggio audio avvenuto il 9 marzo. Uno sfogo palesemente destinato a una sua amica, che conteneva soprannomi ridicolizzanti e insulti nei confronti dei due superiori. Il giudice del lavoro di Como Gianluca Ortore, ha tuttavia accolto il ricorso della lavoratrice, annullando il licenziamento. 

Secondo il codice, si può infatti «parlare di insubordinazione, idonea a ledere definitivamente la fiducia che sta alla base del rapporto di lavoro, solo quanto le offese nei confronti di un superiore siano pronunciate in un contesto e con modalità tali da ledere, oltre alla reputazione e all’autorità di questo, anche il prestigio dell’impresa, da cui può derivare pure un danno di natura economica».

Tuttavia in quel caso il messaggio era destinato a un’amica, ed era stato immediatamente seguito da un secondo messaggio di scuse. Inoltre, «pur costituendo una reazione esagerata e offensiva», secondo il regolamento di disciplina aziendale, conforme al contratto nazionale, si sarebbe dovuto configurare come «insubordinazione lieve», per cui è prevista la sospensione da uno a cinque giorni. Tanto più che la lavoratrice «non aveva affrontato pubblicamente e direttamente i suoi superiori con parole offensive e volgari per contestarne in modo plateale l’autorità e il potere», ma era intenzionata a sfogare unicamente con la sua amica «la frustrazione (giustificata o meno che fosse) accumulata per i recenti contrasti avuti con detti superiori». Il messaggio, inviato per errore, è quindi assimilabile a una colpa, e non a un dolo, senza l’intenzione di esporre i superiori al disprezzo e alla derisione degli altri dipendenti.