La scientifica sul luogo del delitto
La scientifica sul luogo del delitto

Como, 17 settembre 2020 -  Ossessionato dall’espulsione, convinto di doversi difendere da un complotto organizzato per cacciarlo. Un odio verso chiunque si fosse occupato di lui negli ultimi anni: avvocati, rappresentanti delle amministrazioni, forze di polizia, giudici, persino il medico che lo aveva visitato, stabilendo che la sua malattia agli occhi era curabile anche in Tunisia. La convinzione che martedì mattina la polizia lo avrebbe aspettato dal giudice, dove aveva udienza, per portarlo in aeroporto. Ridha Mahmoudi, l’uomo di 53 anni che martedì mattina ha accoltellato a morte don Roberto Malgesini, portava con sé tutti gli atti delle sue vicende giudiziarie, che comunque conosce e recita alla perfezione: date, nomi, accadimenti, custoditi in una memoria prodigiosa. Nel casellario giudiziale del Tribunale, era presente con due identità, che avevano dato vita ad altrettanti percorsi penali, ora riuniti nello stesso fascicolo: la prima semplicemente con il suo nome, la seconda con l’aggiunta di Ben Youssef, sufficiente a variare il codice fiscale, e di conseguenza gli atti a suo carico, già a partire dal 2005.

Era in Italia da 27 anni, la maggior parte della sua vita, con alle spalle un matrimonio e una vita stabile, ma aveva perso il lavoro a causa di una malattia agli occhi e la moglie dopo una denuncia per maltrattamenti. Finendo così sulla strada, ospite di chi si preoccupa di garantire la sopravvivenza agli emarginati. Eppure si era convinto che quelle persone non volessero il suo bene, e che fossero d’accordo con chi, da anni, cercava di espellerlo. Così il suo odio non ha escluso nemmeno don Roberto, convinto che dietro le sue parole e i suoi gesti di aiuto, ci fossero menzogne.

Martedì mattina lo ha aspettato nel piccolo parcheggio davanti alla Parrocchia di San Rocco, dove ogni giorno alle 7 il sacerdote caricava l’auto per fare il suo giro di colazioni ai senzatetto: via Napoleona, Porta Torre e la Stazione San Giovanni. Si è avvicinato con una scusa, dicendo di avere mal di denti, ma già con la chiara intenzione di uccidere. Don Roberto gli ha risposto di aspettarlo: "Verso le 10, quando finisco il giro, ti accompagno in ospedale". Poi si è voltato, senza nemmeno lontanamente immaginare che quell’uomo, più volte aiutato, era lì per accoltellarlo.

Il primo fendente, forse il più grave, lo ha raggiunto alla base della nuca, il secondo al braccio. Il sacerdote si è voltato, ha cercato di sottrarsi facendo un paio di passi, ma altre coltellate lo hanno raggiunto al torace, fino a farlo stramazzare a terra. Da quanti colpi sia stato raggiunto e cosa abbia provocato la sua morte, lo stabilirà in queste ore il medico legale Giovanni Scola, incaricato dal sostituto procuratore Massimo Astori di verificare anche la compatibilità dei tagli con il grosso coltello da cucina che Mahmoudi ha abbandonato sul luogo dell’omicidio, e che portava con sé da un paio di mesi. Durissimo nel rifiutare qualunque forma di assistenza, anche quella dell’avvocato, sarà interrogato questa mattina in carcere dal gip Laura De Gregorio. Ora si trova in isolamento al Bassone, in attesa di valutare la sua compatibilità ambientale con la casa circondariale comasca, dove don Roberto aveva prestato conforto a lungo.