Il don Guanella
Il don Guanella

Como, 14 luglio 2018 - Condannata a 16 anni di carcere per l’omicidio di Dolores De Bernardi. La Corte d’Assise di Como, nel primo pomeriggio di ieri ha letto la sentenza a carico di Antonietta Pellegrini, la donna di 79 anni accusata dell’omicidio di una degente di 91 anni all’interno della casa di cura Don Guanella il 24 settembre scorso. Al termine della requisitoria, il pubblico ministero Simona De Salvo aveva chiesto la condanna a 28 anni di carcere, per omicidio volontario e per la calunnia nei confronti della compagna di stanza della vittima. Nel tentativo di incolparla, l’imputata aveva infatti fatto ritrovare diverse paia di guanti in luoghi a lei riconducibili, gli stessi utilizzati per soffocare la De Bernardi, affetta da gravi deficit e allettata. Secondo la Procura, la Pellegrini – ora agli arresti domiciliari in una casa di riposo - aveva «colto l’occasione giusta, approfittando di una donna malata, sola, che non ha opposto resistenza, costretta a letto e in un momento in cui gli operatori erano impegnati in altre attività, per non sentirla più gridare». La Pellegrini, ha aggiunto il pm «ha mentito su tutto. E’ entrata apposta in quella stanza, e non per pulirle la bocca da una goccia di saliva, come ha sostenuto, perché dal corridoio non poteva vedere il suo letto. Ha confezionato apposta un involucro utilizzando due guanti in lattice differenti: non potevano essere stati dimenticati sul letto dal personale, perché in quel caso sarebbero stati dello stesso tipo». Per contro, la difese ha chiesto l’assoluzione per non aver commesso il fatto, in considerazione del fatto che la Pellegrini ha sempre negato di averla soffocata, o in subordine la qualificazione dell’imputazione come morte causata da altro reato.

«Non è mai emersa la volontà di uccidere – ha detto l’avvocato Fabrizio Lepore – Anche nelle intercettazioni, ha sempre detto di aver commesso uno sbaglio: voleva farla stare zitta. Non c’è stata violenza, e non poteva immaginare che quel guanto lasciato sulla bocca l’avrebbe soffocata. C’è stata una violenza privata: si è introdotta nella sua stanza e l’ha costretta a subire quel gesto». Il co-difensore, Michele Monti, ha invece invitato la Corte a non escludere la possibilità che la vittima possa aver compiuto un gesto di autolesionismo, spingendo da sola quei guanti nel cavo orale: «La cartella clinica – ha detto – parlava di agitazione psicomotoria, indicando che si poteva muovere».