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Como, trasferiti dal centro d'accoglienza 70 profughi su 160

Sorpresa e apprensione nel campo di via Regina Teodolinda, la polizia li ha caricati senza preavviso

di ROBERTO CANALI
Ultimo aggiornamento il 12 settembre 2018 alle 07:23
Molti temono che la mossa della prefettura preluda a uno smantellamento della struttura

Como, 12 settembre 2018 - Due anni dopo l’inaugurazione, rischia di chiudere il centro di accoglienza di via Regina Teodolinda, gestito dalla Prefettura di Como e affidato al personale della Croce rossa. Ieri mattina due autobus scortati dagli agenti della questura si sono presentati di fronte al campo dove erano alloggiati 160 migranti prendendo in consegna settanta di loro. Si tratta di uomini e donne di nazionalità pakistana, ghanese e nigeriana, comprese tre giovani in avanzato stato di gravidanza, che sono stati trasferiti ai centri di accoglienza di Bologna e Torino.

Una decisione che ha colto completamente alla sprovvista i volontari delle tante associazioni che in questi due anni si sono adoperate per fornire un aiuto ai profughi. «L’intervento di martedì mattina ci ha lasciato senza parole – afferma Roberto Bernasconi, direttore della Caritas della diocesi di Como –. In questi anni, con stile di solidarietà, lealtà e secondo il principio di sussidiarietà, abbiamo collaborato con tutte le istituzioni del territorio, a tutti i livelli, a prescindere dalle appartenenze politiche e nel rispetto delle competenze di ciascuno, perché a orientare ogni azione ci fossero sempre le persone e la loro dignità, soprattutto i più bisognosi e in difficoltà». In questi due anni la Caritas è stata accanto a Croce rossa nella gestione del Campo di via Regina occupandosi degli iter burocratici, legali, ma anche della collocazione immediata dei soggetti più fragili, come minori, donne sole, in stato di gravidanza o con figli al seguito, eppure nessuno si è degnato di avvisare l’associazione.

«Non lo riteniamo un modus operandi corretto, guardando alla rete di reciproca collaborazione costruita negli anni – conclude Bernasconi –. Abbiamo visto, questa mattina (ieri ndr), tante persone che, commosse, hanno caricato sui pullman i propri bagagli salutando, con affetto sincero, gli operatori del campo: significa che, pur in condizioni difficili e particolarissime, si è lavorato bene. Non abbiamo ancora ricevuto risposte circa le motivazioni alla base dei trasferimenti. Non possiamo non esprimere perplessità e interrogativi sul futuro del campo: la sua chiusura non ci sembra un’emergenza per il territorio e restano aperte le domande sulle modalità di gestione delle prime accoglienze in caso di nuovi arrivi».

Sono in tanti a temere lo smantellamento del campo, gemello seppure su scala ridotta di quello in funzione a Ventimiglia. Due anni fa nel pieno dell’emergenza migranti, quando centinaia di profughi somali ed eritrei rimasero accampati un’estate intera fuori dalla stazione San Giovanni, venne costruito in tutta fretta, ora, come ha specificato nei giorni scorsi il sottosegretario al Ministero dell’Interno Nicola Molteni, «questo campo pensato per la primissima accoglienza è una struttura superata». La chiusura in pratica potrebbe essere dietro l’angolo.

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