Il regista César Brie con beppino Englaro
Il regista César Brie con beppino Englaro

Cantù, 28 novembre 2015 - Rispetto per la libertà e le convinzioni dell'altro, fino a lasciarlo andare, come estremo atto d'amore e di riguardo. E' il messaggio trasmesso da Beppino Englaro al pubblico in margine allo spettacolo «Orfeo e Euridice», andato in scena venerdì sera al Teatro comunale San Teodoro di Cantù. L'opera, firmata dal grande drammaturgo di origine argentina César Brie, è una rilettura in chiave contemporanea del mito di Orfeo ed Euridice, intrecciato proprio con la storia di Eluana Englaro. Una rappresentazione che si interroga sui temi dell'accanimento terapeutico e del diritto alla libera scelta, ma anche sulla forza dell'amore e sulle domande che affollano il sottile confine tra la vita e la morte.

Englaro è intervenuto al termine dello spettacolo, dialogando col pubblico, gli attori e lo stesso César Brie sul significato di quest'opera e della vicenda di sua figlia Eluana. «E' bello che il teatro e il cinema (il riferimento è al film di Marco Bellocchio «La bella addormentata«, ndr) abbiano fatto la loro parte per far conoscere il problema, perché teatro e cinema arrivano bene alla gente - ha detto Englaro -. Nel gennaio del 1992, quando è cominciata questa vicenda (della figlia Eluana, ndr), ho trovato il deserto dal punto di vista culturale su questi argomenti. Per molti una volta garantite le migliori cure il problema dell'Eluana era finito». «Questa vicenda non è mai stata contro nessuno, ma per qualcuno, per l'Eluana», ha continuato Beppino, parlando della figlia come di «un purosangue della libertà». «Per lei e per noi non c'entravano niente gli strilli e quel che è successo durante l'epilogo a Udine - ha sottolineato -. O le 40 associazioni, chiamate «Pro Life«, che hanno fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, la quale ha detto chiaramente che loro non c'entravano nulla.

Eluana cosa rivendicava? Un «no, grazie« all'offerta terapeutica e un «lascia che la morte faccia il suo corso«. Dalla vicenda di un suo amico, che aveva avuto un incidente, aveva visto, aveva percepito fino a che punto si può spingere la scienza medica, arrivando a condizioni che per l'Eluana non erano tollerabili. C'è una lettera del Natale '91 dove lei dice chiaramente che la nostra famiglia era basata sul rispetto reciproco. Quindi non potevamo non rispettare le sue convinzioni». «La Cassazione ha stabilito chiaramente che la nostra autodeterminazione terapeutica non può avere limite - ha proseguito -. La vita è libertà di vivere, non condanna a vivere; è quella a cui noi possiamo dare un senso, e non che lo danno gli altri un senso. Questo non ha nulla a che fare con la cultura della morte, ma è cultura della vita. Noi abbiamo rispettato l'Eluana per 21 anni e abbiamo ritenuto giusto che anche gli altri la rispettassero». «Il morire è diventato un tabù nella nostra società, si muore da soli, di nascosto, negli ospedali, e questo è qualcosa di orribile - gli ha fatto eco César Brie -. Mi sembra atroce questo approccio al morire. Io vorrei poter decidere in assoluta pace e autonomia come andarmene».