La casa di cura don Guanella di Como
La casa di cura don Guanella di Como

Como, 11 settembre  2019 - Quello commesso da Antonietta Pellegrini all’interno della casa di cura Don Guanella fu un omicidio preterintenzionale e non volontario. Così ritenuta responsabile della morte di Dolores De Bernardi, è andata incontro a un dimezzamento della pena. La Corte d’Assise di Como a luglio dello scorso anno l’aveva condannata a 16 anni di carcere, di cui 14 per l’omicidio volontario commesso il 24 settembre 2017, causato da un guanto di lattice infilato nella bocca dell’anziana degente, quasi completamente invalida, e 2 per la calunnia nei confronti della compagna di stanza della vittima, su cui la Pellegrini aveva cercato di far ricadere la colpa. Ma ieri i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Milano, hanno ritenuto quella condotta priva di volontà di uccidere, portando la condanna a 8 anni.

La Pellegrini, che si trova agli arresti domiciliari in una struttura di accoglienza per anziani, ha sempre rigettato le accuse di aver volontariamente fatto del male alla De Bernardi, che occupava una stanza accanto a quella dove era ricoverato il marito dell’imputata. Una donna di 91 anni completamente allettata, ridotta a vivere in uno stato di semincoscienza, che veniva accudita in tutto e persino imboccata, ma che si lamentava di continuo e gridava.  
«I guanti li ho lasciati sul petto di Dolores, non in bocca – aveva detto durante il processo di primo grado - Non sapevano a chi dare la colpa e l’hanno data a me, ma io quell’atto non l’ho fatto e non voglio prendermela, perché prendere la colpa e non averla è la cosa più brutta che possa capitare». Ma di fatto, quel guanto era finito nella bocca dell’anziana degente, soffocandola.

Le indagini della Squadra Mobile della Questura, erano arrivate a sospettare di lei con una certa difficoltà, perché nessuno aveva notato chi si era avvicinato a quel letto. Inoltre la stessa Pellegrini, quando aveva notato che la polizia stava facendo accertamenti sulla compagna di stanza della De Bernardi, aveva fatto ritrovare diverse paia di guanti in luoghi a lei riconducibili, come la poltrona su cui si sedeva e il suo comodino. «Siamo soddisfatti di questa sentenza – ha commentato Fabrizio Lepore, difensore assieme a Michele Monti – anche se non ha accolto la nostra richiesta di assoluzione. E’ stato riconosciuto che non si è trattato di un evento intenzionale, come avevamo auspicato già in primo grado».