Milano, 8 settembre 2018 -

DOMANDA:

Milano fa tendenza, e va bene. È protagonista nella moda, è una città che a livello europeo e mondiale è guardata con curiosità e questo va ancora meglio. Non mi spiego perciò questo provincialismo e questa spasmodica attesa che si è creata per l’apertura di uno Starbucks. Cos’è subiamo ancora il fascino del Made in Usa? Dovremo rassegnarci a vedere gente passeggiare per il centro di Milano col bicchierone di plastica quasi a voler dimostrare di essere stata nel posto “in”? Che gli americani possano insegnarci come consumare il caffè mi sembra un’esagerazione. Davide, Milano

RISPOSTA:

Marocchino, americano, macchiato caldo, macchiato freddo, lungo, corto, moccaccino, “a vetro”... stando al bancone di un bar la mattina uno si chiede “ma il caffè dov’è finito?”. Ormai si ordina senza neppure pronunciare il suo nome. Siamo il paese anzi, siamo l’unico paese, dove questa bevanda viene declinata in decine di modi, figuriamoci quanto può sconvolgere l’arrivo di una catena americana che sul caffè ha costruito la sua fortuna. Aprirà un locale che sarà di moda, che attirerà turisti e tanti ragazzi, diventerà un posto del quale dire “ci sono stato”, ma vederlo come arrivo di un’entità che rivoluzionerà il modo di consumare il caffè mi sembra un eccesso. Alla rivoluzione hanno già pensato il gusto e la fantasia degli italiani che nel tempo hanno introdotto talmente tante varianti che si spera ci siano almeno tre veri chicchi di caffè in quello che già bevono. Nessuna tremenda concorrenza alla tradizione quindi, semmai la concorrenza di un locale che parte con una marcia in più essendo stato allestito in uno dei palazzi più belli di piazza Cordusio. Chi ama veramente il caffè saprà poi scegliere. ivano.costa@ilgiorno.net