Milano, 16 luglio 2020 - 

DOMANDA:

Caro Direttore, alla fine la vicenda Autostrade si chiude con una nazionalizzazione. Soldi di un ente pubblico, quindi di tutti noi, che serviranno a comprare un’azienda. Abbiamo passato anni a dire che l’intervento statale in economia era un danno e uno spreco. Improvvisamente abbiamo cambiato idea. Antonio, Pavia

RISPOSTA:

Diciamoci la verità: in Italia lo statalismo non è mai morto. Anche negli anni in cui abbiamo venduto aziende pubbliche più o meno strategiche e chiuso qualche vecchio carrozzone c’è sempre stato chi rimpiangeva i “bei tempi“ dei boiardi di Stato. I Cinque Stelle, che nascono da battaglie per il controllo pubblico anche di servizi essenziali come l’acqua, di certo non temono l’intervento diretto della politica nelle imprese. Una visione che si riflette direttamente sulle scelte del governo, di cui sono azionisti di maggioranza. Così, il ministero dell’Economia si è ricomprato Alitalia, che avevamo privatizzato con costosissimi piani di risanamento. Nello stesso modo si punta a risolvere il problema dell’ex Ilva di Taranto riportando in vita lo spettro rugginoso della vecchia Italsider. Con queste premesse, il braccio di ferro su Autostrade per l’Italia non poteva che finire, ancora una volta, con un esborso del contribuente. Si dice che con l’intervento di Cassa depostiti e prestiti, che prenderà il controllo dell’azienda col passo indietro dei Benetton, non sia il Tesoro a spendere. Ma la Cdp gestisce il risparmio degli italiani: sono ancora soldi nostri. sandro.neri@ilgiorno.net