Milano, 23 maggio 2019 - 

DOMANDA:

Da bambino provavo sempre un brivido quando pensavo all’Everest e ai suoi 8.848 metri d’altezza. Pensavo cosa si potesse provare una volta lassù, la curiosità da adulto mi è rimasta, perché sono un “alpinista di città”, limite 1.000 metri, 1.200 se “comodi”, poi stop. Per questo mi pare incredibile l’impresa dello Sherpa che per 24 oltre ha raggiunto la vetta e le ultime due a sei giorni distanza l’una dall’altra. Quasi fosse una passeggiata salire in vetta al mondo. Dino, Milano

RISPOSTA:

Certo, se fai parte del popolo della “gente dell’Est”, gli Sherpa, che vive in Nepal, in un villaggio che ha dato i natali a uno dei primi uomini che ha conquistato gli 8.848 metri dell’Everest, è chiaro che il rapporto con quella vetta te lo porti nel Dna. Meno comune però che in una settimana tu raggiunga due volte la vetta come se ti trovassi a casa e ti ricordassi di avere scordato la luce accesa nelle stanze al piano di sopra. È l’impresa che è riuscito a compiere Kami Rita Sherpa che, a 49 anni, per la ventiquattresima volta ha raggiunto il tetto del mondo. È dal 1992 che la sua vita è scandita dalle ascese, ha detto che ancora una poi basta. Toccherà a qualcuno altro, e ci sono già contendenti, salire “a spegnere la luce”. C’è fin troppo un viavai su questa vetta. ivano.costa@ilgiorno.net