Brescia, 12 maggio 2018 - Il tema che il maestro ha chiesto di svolgere agli alunni della sua quinta elementare gli ha riaperto una ferita mai rimarginata. «Racconta un fatto realmente accaduto: la perdita della cosa per me più importante», il titolo e Youseff leggendolo ha aperto il suo cuore e ripercorso quella mattina in cui il padre Chaambi Mootaz, tunisino di 37 anni, ha ucciso Daniela la sua mamma. «Ho visto mia mamma e mio papà che andavano verso la loro camera e hanno chiuso la porta a chiave e da quel momento non ho più sentito nulla. Poi dopo qualche minuto ho visto passare per il corridoio mio papà però sta volta senza la mamma e mi sono chiesto “Ma che fine ha fatto mia mamma?” Da quel momento non l’ho più vista. Non me lo perdonerò mai, ma proprio mai». Il tema è dello scorso 11 aprile e ieri è stato letto nell’aula della Corte d’Assise di Appello dove si è celebrato il processo di secondo grado nei confronti dell’omicida che dopo avere ammazzato la moglie è fuggito in aereo verso il Paese di origine dove ancora vive da latitante, ma pur sempre fuori da un carcere, circondato dai suoi familiari. I giudici togati e popolari hanno accolto la richiesta della Procura generale e hanno confermato la condanna a 30 anni nei confronti di Mootaz ritenuto responsabile per la morte della moglie Daniela Bani, uccisa il il 22 settembre del 2014 con 37 coltellate alla schiena, alla gola e al petto.

«Era una tranquilla mattina di sole, io stavo ancora dormendo - scrive il piccolo che da quel giorno si è chiuso in un silenzio che ha voluto interrompere con il tema -. Poi è arrivata mia mamma a svegliarmi vestita così: camicia a quadretti rossi e bianchi, jeans e coda di cavallo fermata da un cerchietto. Mi piacerebbe riaverla indietro e tenerla stretta, stretta a me. Ma purtroppo non si può fare, mi rimarrà per sempre nel cuore con dolore e rimpianto. E l’importante è che resterà vicino a me con lo spirito». A scatenare la violenza del tunisino contro la moglie sarebbe stata la gelosia. Daniela Bani da qualche tempo aveva infatti conosciuto una persona, un kosovaro, attraverso un annuncio di lavoro come collaboratrice domestica.

Daniela e il kosovaro si erano incontrati ed era nata una amicizia. «Mi ha fatto cornuto - scriveva pieno di livore su Facebook Chaambi dalla Tunisia il 13 ottobre del 2014, pochi giorni dopo il delitto -. Lei in 24 ore voleva buttarmi fuori di casa». La mattina del delitto, Daniela era rimasta a parlare al telefono con l’amico kosovaro per quasi 20 minuti. Il marito, furibondo, aveva afferrato un coltello da cucina e, dopo avere alzato il volume del televisore per evitare che il figlio impegnato con i videogame si potesse accorgere di quello che stava per accadere, era entrato in camera da letto colpendo la moglie ripetutamente. Dopo il delitto il tunisino aveva preso i due figli, il più piccolo era all’asilo, e li aveva affidati a un collega dicendogli di portarli dai suoceri in serata quindi aveva acquistato un biglietto aereo per la Tunisia dove, una volta arrivato, aveva chiamato a Palazzolo la famiglia della moglie raccontandogli che nell’appartamento avrebbero trovato il cadavere di Daniela.