L'omicidio di Urago Mella
L'omicidio di Urago Mella

Brescia, 28 agosto 2016 - «Sarà un anniversario particolare. C’è una condanna all’ergastolo per chi ha compito questa barbara esecuzione, ma dall’altra parte c’è l’amarezza perché i due responsabili non sono in una cella ma latitanti avendo deciso di far perdere le proprie tracce subito dopo la sentenza dello scorso maggio». Questo è lo stato d’animo di Mario Cottarelli. Il 28 agosto di dieci anni fa suo fratello Angelo venne barbaramente ucciso insieme alla moglie Marzenne Topor e al figlio Luca di soli 17 anni all’interno della loro casa di via Zuaboni, nel quartiere di Urago Mella.

Dopo un decennio e sei processi, lo scorso 31 maggio la seconda sezione della corte di assise di appello di Milano presieduta dal giudice Guido Piffer per il triplice omicidio ha condannato all’ergastolo i cugini Vito e Salvatore Marino. I Marino, alla terza condanna all’ergastolo per la vicenda (furono assolti in primo grado poi per due due volte la Cassazione aveva annullato l’ergastolo inflitto in due distinti processi d’appello), da quel giorno sono però latitanti. Per i giudici togati e popolari sono loro i responsabili di quello che nelle motivazioni depositate nei giorni scorsi è stato definito: «un eccidio, un massacro».

Tutto per un credito di mezzo milione di euro che i Marino vantavano nei confronti di Angelo Cottarelli. L’immobiliarista bresciano era coinvolto in affari pochi puliti, un giro di fatture gonfiate per ottenere fondi regionali ed europei, con i due siciliani. Escludendo sia la premeditazione che i motivi abbietti, i giudici hanno dato credito al racconto fatto da Dino Grusovin, il faccendiere triestino che per il triplice omicidio è stato condannato a 20 anni di carcere per concorso anomalo. Grusovin nel processo aveva raccontato che la discussione tra i Marino e Cottarelli era iniziata pacata e poi degenerata: la famiglia venne raggiunta da colpi di pistola e sgozzata.

«Questa corte non nutre più il benché minimo dubbio sulla colpevolezza degli imputati e sulla sincerità del loro chiamante in reità - si legge nella sentenza - Il suo racconto non mai stato contraddetto da alcuna prova né dalle dichiarazioni degli imputati che hanno preferito il silenzio pur se raggiunti da un’accusa di pari gravità a quella per strage». L’avvocato Giuseppe Pesce, uno dei legali dei Marino, preannuncia il ricorso. «Ci abbiamo lavorato per tutto agosto - spiega - Per i giudici è Grusovin stesso a rendere veritiero il suo racconto. Una circolarità che non funziona».