Brescia, 14 maggio 2018 - Fatima, 23 anni, Sana la conosceva bene. «Eravamo amiche di famiglia» dice, scuotendo i capelli lunghi fino in vita che spuntano dal velo verde. «Sono qui perché quello che è successo a lei non deve capitare mai più». Lei e una ventina di altre donne ieri pomeriggio sono scese in piazza insieme a un centinaio di persone - esponenti della comunità pakistana e altre comunità straniere, ma anche della politica locale, con in prima linea la segretaria della Cgil Silvia Spera e l’assessore comunale Marco Fenaroli – per dissociarsi dai femminicidi e ricordare la 25enne di Brescia strangolata dal padre e dal fratello per «onore». Un delitto per cui risulterebbero coinvolti anche la mamma, una zia, uno zio, un cugino e un medico, tutti indagati. Mentre padre e fratello sono in carcere.

«Quale onore andate difendendo? - si è infervorata Fatima al microfono – È ora di diventare più tolleranti, la colpa non è solo dei famigliari ma di tutta la comunità che ha giudicato la sua libertà». Fatima racconta di aver intuito immediatamente che fine avesse fatto l’amica una volta appreso della morte: «Non ho mai creduto all’infarto, come sostenevano i suoi. Ho iniziato a chiamare ripetutamente la madre e lei i primi giorni mi ripeteva la versione del malore. Poi ha ammesso la verità». A decretare la fine della 25enne, il suo stile di vita disinvolto che mal si conciliava con la mentalità chiusa della famiglia, con cui era forte contrasto: «Sana non aveva un fidanzato come è stato detto; il problema è che frequentava molti uomini, fumava, si vestiva discinta. Era troppo avanti per le nostre tradizioni e tutti hanno iniziato a chiacchierare. Si era fatta una cattiva fama. Quando tre mesi fa era tornata in Pakistan si era decisa a sposarsi. I genitori però premevano perché convolasse con un cugino zoppo, alla fine probabilmente era l’unica scelta rimasta, e lei si opponeva. È stata ammazzata per questo».

Anche un’altra donna, Huma, ha detto la sua per ricordare «la Sana» - tutti la chiamano, così, alla bresciana, il nome con l’articolo davanti - in bilico tra voglia di emanciparsi e il timore di farlo: «Nell’Islam le donne sono uguali agli uomini. La legge islamica prevede differenze di ruoli ma la concezione dei nostri diritti in termini di libertà di uscire, abbigliamento, istruzione, varia da Paese a Paese. Anche gli uomini hanno dei doveri e dei divieti da rispettare. Per esempio non dovrebbero guardare le donne. Ma loro non li rispettano mai. Cambiate anche voi, non siete superiori». E Muhammad: «Non isolateci, non dobbiamo pagare noi pachistani per l’atto criminale di una famiglia. Piuttosto impegniamoci a formare le persone contro la violenza sin dalla scuola». Per Sajad Shah, uno dei referenti della comunità di Brescia, 12.500 persone, «c’è molta differenza tra i veri uomini, che hanno avuto il coraggio di scendere in piazza per dissociarsi dall’omicidio di Sana, e quei codardi che l’hanno ammazzata».