Brescia, 12 maggio 2018 - Anche la mamma e una zia di Sana sono finite sotto inchiesta per l’omicidio della venticinquenne pakistana di Brescia uccisa a casa dei genitori a Mangowal, Pakistan, la sera del 18 aprile.

L’inchiesta si allarga e la polizia di Gujrat prende tempo. Vuole ricostruire la rete di connivenze dietro quel delitto d’onore compiuto proprio poche ore prima che un volo riportasse la giovane in Italia. Un delitto per piegarla al diktat del matrimonio combinato e per impedirle di frequentare uomini da donna libera, fuori dalla cornice delle nozze. Gli investigatori vogliono capire bene chi sapeva e chi ha coperto oppure ha depistato. Al vaglio c’è anche la posizione del “fidanzato” italo-pakistano di Sana, l’uomo già promesso sposo a una cugina e con cui la ragazza aveva avuto un lungo rapporto travagliato, mal tollerato dai familiari, motivo di litigi furiosi con loro, il quale però ha negato qualsiasi storia d’amore con lei e i numerosi contatti intercorsi prima della morte. Mentendo, dunque. Il padre di Sana, Mustafa Ghulam, e il fratello trentenne Adnan, in carcere a Kunjah, sono accusati di essere gli esecutori materiali dello strangolamento.

All’indomani dell’esito dell’autopsia che ha evidenziato la rottura dell’osso ioide, tra la laringe e la mandibola, le autorità locali avevano diffuso la notizia di una piena confessione del 55enne operaio, che sembrava essersi preso ogni responsabilità dell’accaduto. Avvicinato da Repubblica, invece, Mustafa avrebbe smentito: «Non è vero che ho confessato. Se il referto dei medici legali dice che Sana aveva l’osso del collo rotto, è perché deve aver battuto la testa contro il bordo del letto o il divano - ha detto -. Se le cose sono andate così, è per il volere di Allah». La polizia del Punjab tuttavia ribadisce la versione originaria, Mustafa ha ammesso di essere l’autore dell’omicidio. «Ho perso la testa, lei mi insultava pesantemente». E a dimostrarlo, fanno sapere dal Pakistan, ci sono le sue dichiarazioni messe a verbale, e che nei prossimi giorni saranno sottoposte al giudice chiamato a interrogare gli arrestati. La rete delle complicità si estende anche allo zio paterno di Sana, presente la sera del 18 aprile a casa dei Cheema. Inizialmente arrestato, due giorni fa l’uomo è stato rilasciato perché non è stata trovata prova di un suo coinvolgimento diretto nello strangolamento. Rimane comunque sotto inchiesta, così come risultano indagati un cugino della ragazza, il presunto autista che si sarebbe prestato per portare il cadavere fino al cimitero di Kot Fath, lontano da Mangowal. E un medico, l’autore di un certificato di morte naturale per «infarto», sottoscritto dai familiari e depositato all’Ambasciata italiana.

Ieri pomeriggio, intanto, la comunità pachistana di Brescia si è data appuntamento alla moschea di via Volta in città per ricordare Sana. Durante l’incontro è stata annunciata la manifestazione organizzata per domenica alle 15.30 in piazza Rovetta. «Un’occasione per dissociarsi con fermezza dall’omicidio della giovane, da ogni violenza sulle donne e per rifiutare qualsiasi strumentalizzazione dell’accaduto contro gli immigrati di religione musulmana».