Spedali Civili di Brescia (foto Alive)

Brescia, 29 dicembre 2017 - "Non so dove sbolognarla". Così al telefono con un collega il dottor C.M., medico romano di 60 anni, fino all’inizio di dicembre chirurgo dell’ospedale Civile di Brescia e primario della cardiochirurgia universitaria (ha deciso di lasciare l’incarico proprio per questa vicenda), parlava di una paziente che aveva operato l’8 febbraio del 2016 per un problema cardiaco ma che dalla sala operatoria era uscita in fin di vita. La signora, una commerciante di Legnago (provincia di Verona) di 57 anni, era poi morta l’11 febbraio nell’ospedale di Padova dove C.M. aveva deciso di farla trasferire per un eventuale trapianto di cuore.

Per quella vicenda la Procura di Brescia ha chiesto il rinvio a giudizio per il medico (il gip ha respinto una richiesta di misura cautelare) accusato di omicidio volontario aggravato da premeditazione e futili motivi nonché falso ideologico per la manomissione della cartella clinica, avrebbe dichiarato di essere stato in sala operatoria nel corso dell’intervento mentre invece era nel suo ufficio e all’università. Una vicenda scoperta, quasi per caso, nell’ambito di indagini che riguardavano un’ipotesi di peculato, dalle quali non era emerso nulla. Il sostituto procuratore Ambrogio Cassiani, subentrato nell’incarico a un collega, aveva ripreso in mano il faldone degli atti e aveva notato l’intercettazione, da cui poi sono partiti i rilievi. Nel corso dell’intervento chirurgico di routine per chiudere un foro fra due atri cardiaci qualcosa era andato storto. La signora all’uscita dalla sala operatoria era stata collegata all’Ecmo, l’apparecchiatura per la circolazione extracorporea utilizzata in caso di una grave insufficienza cardiaca o respiratoria. 

Le condizioni della donna erano però precipitate e C.M. aveva deciso di staccare la macchina cercando di far trasferire la donna prima all’ospedale di Bergamo, dove però la struttura aveva detto di no al suo arrivo, e quindi a Padova. Per la Procura di Brescia il medico avrebbe deciso questa mossa per non correre il rischio di fare morire la donna nel proprio reparto con la conseguenza di perdere credibilità all’esterno della struttura ospedaliera. 

Un sistema spiccio per liberarsi di una possibile brutta figura, messo in atto - secondo la Procura - con un trucco. Il professore, perfettamente consapevole della situazione critica della paziente, non avrebbe avvisato i colleghi delle sue condizioni. E gli stessi medici del Veneto non avrebbero chiesto a C.M. di vedere la cartella clinica. Prima di farla uscire dal reparto, il medico bresciano avrebbe cercato di "svezzare" la donna dalla macchina cui era attaccata. Un tentativo di far ripartire la circolazione sanguigna, ignorando volutamente "tutte le evidenze cliniche che rendevano la procedura in questione impraticabile", dice la Procura. In altre parole, un mezzo per fingere che la donna fosse in condizioni stabili e farla subito partire per Padova, dove egli stesso sapeva che sarebbe morta. Eppure un anestesista e un ecografista del Civile avevano segnalato la presenza di un edema polmonare e di una grave disfunzione nel cuore della paziente. Ma il medico, pur di disfarsene, avrebbe ignorato tutto. Da qui, l’accusa di omicidio.