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10 giu 2022

No a parallelismi con le banlieu "Attenzione a non marginalizzare"

10 giu 2022
Fabio Vicini, docente di antropologia culturale dell’Università di Verona
Fabio Vicini, docente di antropologia culturale dell’Università di Verona
Fabio Vicini, docente di antropologia culturale dell’Università di Verona
Fabio Vicini, docente di antropologia culturale dell’Università di Verona
Fabio Vicini, docente di antropologia culturale dell’Università di Verona
Fabio Vicini, docente di antropologia culturale dell’Università di Verona

Non si possono definire “sradicati“ dal contesto in cui si trovano, parlano tutti italiano, studiano in prestigiosi corsi universitari, sono attivi nelle realtà locali e, anche dove permane una sorta di legame con il paese d’origine dei genitori, non possono più essere considerati come radicati in questo altrove. Questo, in sintesi, l’identikit delle nuove seconde generazioni delineato da Fabio Vicini, docente di antropologia culturale dell’Università di Verona, che tra il 2020 e il 2021 ha esplorato il caso della sezione di Brescia dei GMI, producendo uno dei pochi studi sul nuovo multiculturalismo in Italia. L’elemento identitario? La religione, ma "la percezione dell’italianità come intimamente legata alla tradizione cattolica e opposta all’islam inteso sia come religione sia come civiltà, continua a stroncare sul nascere ogni possibile discussione circa l’inclusione di altre religioni, in primis quella islamica, nelle concezioni correnti di italianità". Per questo si crea un rischio di marginalizzazione. "Trovo significativo il riferimento all’Africa, usato nel raduno, come se fosse un catalizzatore identitario – sottolinea Vicini - sebbene sappiamo che Nord Africa e Africa sub-Sahariana siano mondi diversi. C’è un senso di ghettizzazione, che è più facile riscontrare nelle grandi città. I ragazzi di cui mi sono occupato io hanno trovato nella dimensione religiosa un luogo di incontro e di confronto". Vicini avverte che non bisogna cadere nella tentazione di parallelismi con le banlieue parigine. "Il rischio è di creare un fenomeno che magari non c’è e che si autoalimenta. Non mi sarei stupito se episodi simili si fossero verificati ad un raduno di coetanei italiani autoctoni".

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