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5 mar 2022

Morto in strada, 15 anni di sentenze

Automobilista falciò e uccise un motociclista nel 2007. Ora il caso arriva di nuovo in Cassazione

beatrice raspa
Cronaca
Imprenditore sessantenne di Chiari a processo per l’incidente
Imprenditore sessantenne di Chiari a processo per l’incidente

Brescia - Prima assolto , poi condannato, la Cassazione annulla la sentenza e dal nuovo processo esce la conferma della condanna. E ora il caso è di nuovo in Cassazione. È la tortuosa vicenda giudiziaria ancora aperta a distanza di 15 anni che vede come imputato un automobilista che nel 2007 provocò un incidente mortale. Il 24 marzo di 15 anni fa l’uomo percorreva a bordo della sua Land Rover via XXV aprile a Pedrengo, in provincia di Bergamo, quando all’altezza del civico 9, impostando una curva a sinistra per entrare in un passo carraio, falciò e uccise il motociclista Ruben Barcella, che transitava nella direzione opposta di marcia. Assolto in primo grado dall’accusa di omicidio colposo, il conducente dell’auto, un imprenditore sessantenne di Chiari, fu condannato a otto mesi in secondo. Una perizia nell’ambito del primo processo concluse che il suv al momento dell’impatto non fosse fermo, come invece sosteneva la difesa rappresentata dall’avvocato Gianbattista Scalvi, ma in movimento, e avesse già invaso la carreggiata di marcia in senso contrario. Vi fu però un concorso di colpa, fu la conclusione peritale, perché anche la moto aveva violato il Codice della strada viaggiando a 75 km/h a fronte di un limite di 50.

Condotte, queste, che rendevano l’incidente “imprevedibile e non evitabile“. Di qui l’assoluzione. La sentenza però fu impugnata dalla Procura generale: per la pubblica accusa l’incidente non era affatto inevitabile. A smontare la ricostruzione, fu una seconda perizia nell’ambito del processo d’appello, secondo cui l’imputato al momento dell’investimento procedeva a 27 km/h e aveva già invaso la corsia dello scooter. Per evitare l’impatto fatale avrebbe dovuto fermarsi del tutto e dare la precedenza a Barcella, la cui presenza non era affatto ‘imprevedibile e inevitabile’. Così la Corte nel novembre 2013 ribaltò l’assoluzione e inflisse otto mesi. La Cassazione tuttavia annullò il verdetto e rimandò indietro gli atti per la celebrazione di un processo d’appello bis davanti a un’altra sezione. Processo che si è cebrato, e si è concluso con la conferma della condanna. Ma il caso a distanza di 15 anni è tutt’altro che chiuso. La difesa infatti lo ha riportato a Roma, in Cassazione.

 

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