Giulia Minola
Giulia Minola

Brescia, 8 febbraio 2019 - Ventiquattro ore dopo la decisione della giustizia tedesca di archiviare la posizione di sette dei dieci imputati per la strage della Love Parade di Duisburg del 2010, la frustrazione lascia nuovamente spazio al dolore nel cuore di Nadia Zanacchi, la mamma di Giulia Minola, la ventunenne bresciana unica vittima italiana della tragedia. «Oggi (ieri, ndr) è davvero dura ed è peggio di quando è arrivata l’ufficialità dell’archiviazione perché ci si rende conto che è tutto vero. La morte di 21 ragazzi rischia di restare senza alcuna responsabile».

A quasi 9 anni e dopo una lunghissima istruttoria la magistratura tedesca si è arresa.

«Mi viene da dire che il tanto decantato rigore tedesco si è rivelato uno stereotipo. Così come nel 2010 è stata l’organizzazione tedesca di quell’evento. Quello che non riesco a capire è perché abbiano deciso di chiudere tutto così in fretta».

Si immaginava questa conclusione?

«Onestamente no. Già il rischio prescrizione era uno spauracchio non da poco, ma ho sempre sperato che si potesse arrivare a chiuderlo questo processo. Ripeto, non capisco perché non si sia voluto attendere la conclusione della discussione sulla perizia disposta per fare chiarezza sulle responsabilità. Tutto il processo ruotava attorno a quella relazione. Arrendersi in questo modo ha il sapore della beffa: non tanto per noi familiari, ma per le 21 persone che oggi non ci sono più».

Crede ancora alla giustizia?

«Oggi a quella che dentro le aule di un tribunale deve attribuire delle responsabilità direi di no. L’amarezza è troppa. Ammetto che quando il processo è iniziato ho sperato che davvero le vittime potessero avere giustizia. Purtroppo, come accaduto anche in sede di indagine quando non si sono volute prendere in esame le responsabilità della polizia, non c’è stato il coraggio di andare avanti» Ha ancora voglia di lottare?

«Dobbiamo ovviamente guardare avanti. Le strade da percorrere ci sono, non tutte dipendono da noi. C’è ad esempio il ricorso alla corte europea per i Diritti dell’uomo. Non so se dopo le sette archiviazioni possiamo già rivolgerci a questo istituto. Dovremo aspettare la fine del processo e preparare un ricorso che sia ben scritto e motivato. Il rischio se no è che nemmeno venga preso in considerazione».

Voi familiari delle vittime vi siete mai sentiti abbandonati dalle istituzioni?

«Abbiamo deciso di lasciare la politica fuori da questa vicenda. Avevo contattato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, perché ci «aiutasse» a trovare un referente in Germania e lo ha fatto mettendoci in contatto con il console italiano a Colonia. Poi quando ai vertici del consolato c’è stato un avvicendamento il rapporto con le autorità italiane in Germania si è raffreddato. Non ci riteniamo però né abbandonati, né crediamo che le nostre vittime siano di serie B».

Seguirà le prossime udienze?

«Oggi direi di no. La delusione è troppa. Ma bisogna guardare avanti e quindi in Germania di sicuro tornerò. Anche se solo per tre persone infatti il processo proseguirà ancora per un anno».