Omicidio a Iseo, nella foto Nadia Pulvirenti (Fotolive)
Omicidio a Iseo, nella foto Nadia Pulvirenti (Fotolive)

Brescia, 15 aprile 2019 - L'omicidio di Nadia Pulvirenti «poteva essere evitato». Ne è convinta la procura di Brescia, che ha chiuso il secondo filone d’inchiesta per la morte della 25enne terapista di Castegnato, il 24 gennaio 2017 uccisa a coltellate da un paziente psichiatrico alla Cascina Clarabella di Iseo. L’autore, Abderrahim El Mouckhtari, marocchino 56enne affetto da disturbo delirante, fu dichiarato incapace di intendere e di volere e dal processo uscì assolto – fu condannato a dieci anni di permanenza in una Rems – ma la vicenda riserverà altri sviluppi giudiziari. Il pm Erica Battaglia ha notificato l’avviso di conclusione indagini a cinque persone per concorso colposo nella commissione del delitto. In sostanza, dice l’accusa, gli indagati non avrebbero messo in atto gli accorgimenti necessari a evitare il dramma, sottovalutando la pericolosità di El Mouckhtari e non prendendo le giuste contromisure.

«Non so perché l’ho fatto, non ricordo nulla, se non che con Nadia avevo un rapporto bellissimo», disse quando fu bloccato l’uomo, che si era impossessato di un coltello. Il 415 bis è arrivato al direttore del Dipartimento di Salute mentale di Iseo A.M., responsabile del programma di ospitalità leggera della Cascina Clarabella al quale partecipava El Moukhtari: pur avendone facoltà e potere, non avrebbe «adeguato il programma al fine di garantire con protocolli operativi adeguati la sicurezza degli operatori e, prima ancora, assicurato un’adeguata valutazione della pericolosità sociale e del rischio di manifestazioni di aggressività da parte dei pazienti affetti da patologie psichiatriche», ritiene il pm.

Avviso anche al responsabile del centro psicosociale G.C., direttore della residenzialità leggera, chiamato a rispondere per «non aver valutato adeguatamente il rischio di recidiva del paziente e per aver omesso di predisporre un programma terapeutico e farmacologico di gestione, verifica e controllo idoneo ad assicurarne il contenimento concreto». E ancora, alla psichiatra A.G., responsabile del Cps di Rovato e del piano terapeutico dell’uomo: per l’accusa, ha mancato di «valutare l’idoneità del programma stesso, rilevando e segnalando indici di rischio ed eventi sentinella (difficoltà nel rinnovo del permesso di soggiorno, connesse difficoltà economiche, problemi di salute segnalati dal paziente, allontanamento dalla struttura e vagabondaggio notturno) così da predisporre accorgimenti concreti, anche eccezionali, diretti a garantire la sicurezza degli operatori (quali impedire di attingere a coltelli, verifiche psichiatriche e controlli con frequenza e modifica della posologia del trattamento)».

Al datore di lavoro di Nadia, C.V., presidente del cda della cooperativa Diogene, che stando al pm non avrebbe «redatto un valido e adeguato documento di valutazione dei rischi per le figure professionali operanti alla Cascina Clarabella così da garantire la sicurezza degli operatori e contenere il rischio di aggressioni» e non avrebbe formato il personale alla gestione della violenza. Così come alla sua collaboratrice L.F., che non avrebbe «programmato ed effettuato una sorveglianza sanitaria adeguata e idonea attraverso protocolli sanitari». Presto i cinque indagati potrebbero essere chiamati a dimostrare la correttezza del loro operato davanti ai giudici. Chiesta invece l’archiviazione per un’assistente sociale e un’educatrice professionale, i cui nomi inizialmente comparivano nel fascicolo.