L'indagine della polizia postale

Brescia, 9 ottobre 2018 - "Sono sì entrato nei siti e ho modificato la loro homepage, ma non avevo nessun intento ideologico, né tantomeno ho sottratto dati con l’intenzione di rivenderli. L’ho fatto quasi per gioco, per fare vedere agli altri componenti del gruppo quanto ero bravo con il computer. Non credevo si poter finire nei guai. Per questa vicenda ci ho pure rimesso il posto di lavoro".

Una bravata che gli è scappata di mano. Così il 25enne bresciano di Salò ritenuto il responsabile di decine di attacchi informatici messi in atto nel 2013 a siti istituzionali, da quello della Rai a quello della polizia Penitenziaria passando per quello della Regione Toscana e ad alcuni collegati con la Nasa, ha giustificato la sua attività di hacker. Secondo gli inquirenti il ragazzo, accusato di accesso abusivo ad un sistema informatico, faceva parte di una “banda” di pirati informatici composto da altre sette persone provenienti da diverse realtà italiane.

I giovani hacker si vantavano poi delle loro azioni postando i risultati sulle pagine del loro gruppo, quello dei Master Italian Hackers Team. Su di lui per mesi ha lavorato la Procura di Brescia a cui i colleghi di Roma avevano trasmesso gli atti per competenza territoriale. Le indagini della polizia Postale di Brescia e Milano nelle scorse settimane sono sfociate in un a perquisizione informatica a carico del 25enne. Gli agenti hanno esplorato il computer del ragazzo, sia a casa che sul posto di lavoro, trovando i riscontri che cercavano. Messo alle strette il 25enne, che fino a pochi giorni fa lavorava in una società che si occupa di sicurezza e servizi informatici, ha confessato. "Mi limitavo a trovare le falle nel sistema di sicurezza dei siti – ha spiegato agli inquirenti il ragazzo – Poi cambiavo l’homepage. Si trattava di modifiche temporanee che un tecnico avrebbe potuto rimuovere con poche operazioni. Non c’era scopo di lucro in una attività che nel 2013 è durata poco tempo. Poi mi limitavo a “vantarmi” con altri ragazzi che come me facevano queste cose". Nessun intento ideologico quindi. "Anche la scelta dei siti era casuale – ha spiegato il ragazzo, difeso dall’avvocato Stefano Caldera, nel corso di un interrogatorio davanti agli agenti della Postale – Navigando mi rendevo conto di quali erano più vulnerabili e ne cambiavo l’homepage. Per me era un gioco, ma volevo “dimostrare” ai proprietari del sito che le loro pagine non erano così inattaccabili come pensavano".