L’Arma di Desenzano ha seguito la vicenda
L’Arma di Desenzano ha seguito la vicenda
di Beatrice Raspa Soggetto di "spiccata percolosità" e "spregiudicato", per il quale l’unica misura di contenimento "idonea" è il carcere. Così il gip Riccardo Moreschi in sei pagine di ordinanza ha descrive il 27enne Antonio Di Sanzo, accusato di avere armato il nipote 13enne per sparare al rivale in amore. Il giudice non ha convalidato il fermo per mancanza del pericolo di fuga, ma ha disposto la permanenza in cella per tentato omicidio aggravato dalla premeditazione e dall’induzione...

di Beatrice Raspa

Soggetto di "spiccata percolosità" e "spregiudicato", per il quale l’unica misura di contenimento "idonea" è il carcere. Così il gip Riccardo Moreschi in sei pagine di ordinanza ha descrive il 27enne Antonio Di Sanzo, accusato di avere armato il nipote 13enne per sparare al rivale in amore. Il giudice non ha convalidato il fermo per mancanza del pericolo di fuga, ma ha disposto la permanenza in cella per tentato omicidio aggravato dalla premeditazione e dall’induzione del minore alla commissione di un delitto, nonché detenzione illegale di arma clandestina. A sostenere le esigenze cautelari, la "gravità delle condotte" e "il concreto e attuale" pericolo di reiterazione.

"Lo zio si deve ritenere che concorra nel delitto commesso dal nipote quale mandante del tentato omicidio, avendo fornito consapevole contributo materiale e morale alla consumazione del reato, organizzando l’agguato e consegnando la pistola al minore". La vicenda si è consumata venerdì ai Chiarini di Montichiari. Stando ai militari della compagnia di Desenzano e dal pm Alessio Bernardi, il 27enne aveva incontrato Manuel Poffa, 31 anni, e ne era nata una lite per una ragazza contesa. La ragione della vendetta. Alle 20,30 Poffa mentre camminava con Di Sanzo è stato raggiunto alle spalle, nella regione dorsale sinistra, da un colpo di pistola esploso da un ciclista in corsa. Il proiettile per miracolo non gli ha lesionato organi vitali, guarirà in un mese. Poche ore e i carabinieri, sentiti i testimoni e visionate le telecamere, hanno scoperto che sparare è stato il tredicenne – non imputabile in considerazione dell’età e trasferito in comunità protetta – per l’accusa indottrinato dal parente, "figura in cui nutriva fiducia, che gli aveva dato sostegno paterno e per cui era disposto a esaudire ogni richiesta". Lo zio gli ha messo in mano una calibro 22 e gli ha chiesto di usarla.

A casa del 27enne sono poi stati recuperati la pistola con matricola abrasa e 6 proiettili identici ai due esplosi. Con i carabinieri il ragazzino ha collaborato. La sua versione però – avrebbe agito per intimidire e sparato per errore – non è stata ritenuta credibile "sebbene sia privo di dimestichezza con l’uso di armi ed esposto a insopportabile tensione emotiva al momento del gesto". "L’impiego di un’arma carica, l’esplosione del colpo alla persona offesa di spalle e la vitalità della zona attinta costituiscono un solido quadro indiziario della natura dolosa del gesto".