Mirko Giacomini dopo il sequestro
Mirko Giacomini dopo il sequestro

Gavardo (Brescia), 19 gennaio 2019 - Gli occhi lucidi, lo sguardo allucinato. La stanchezza che gli è piombata addosso dopo due notti e due giorni in un sottotetto gelido, in balìa di un sequestratore con una pistola. Una scacciacani che ha sparato. A salve, per fortuna. Ma lui non lo sapeva. Mirko Giacomini, l’operaio di 45 anni di Gavardo, ora puo’ raccontarlo. «Per fortuna qualche volta le storie finiscono bene». Abdelouahed Haida, 36 anni del Marocco, ex marito di una collega alla Saf di Muscoline, convinto che Giacomini fosse l’amante della donna da cui in autunno si era separato, ha ordito un piano per creare un confronto a tre: sequestrare l’operaio, portarlo da Angela Insonni e ottenere una confessione.

«Haida non voleva fare male, solo provocare un faccia a faccia – spiega l’avvocato Elisabetta Zambon che lo assiste -. Amava ancora la moglie, voleva riconquistarla». La trama del film inizia la sera del 15 gennaio quando il 36enne si presenta davanti alla Saf con la pistola. Cerca Giacomini. Ma lui non c’è. Haida allora blocca l’ultimo operaio che esce dal reparto di pressofusione. È Daniele Stucchi, un amico di Giacomini. Gli punta l’arma, lo obbliga a fargli da autista fino a casa del rivale, con una scusa lo fa scendere e lo carica in auto.

Poi il trio – l’ostaggio steso sui sedili posteriori – punta verso il santuario di santa Maria della neve, sui monti di Villanuova. Haida sequestra i telefoni di ostaggio e autista, libera Stucchi e sparisce nell’oscurità con Giacomini. Per due giorni un esercito di carabinieri e poliziotti armati perlustrano la montagna. Ostaggio e rapitore però sono vicini, nascosti in un luogo semplice e impensabile: nel sottotetto della casa che Haida aveva condiviso con la ex, a Peracque di Villanuova, blindata dai militari in tenuta antiproiettile. «Un trauma stare lassù – racconta Giacomini -. Non mi ha fatto del male, non credo avesse intenzione di farlo, anche se mi minacciava perché diceva che stavo con Angela. Ma lei era solo una collega. Non aveva l’auto, io le davo dei passaggi e durante i viaggi parlavamo dei nostri problemi con gli ex. Tra noi c’era una simpatia, nient’altro. Haida però non ci credeva, diceva anche che voleva ammazzarla. Ma lo diceva così, senza l’intenzione vera».

Dopo 48 ore senza cibo e con poca acqua, il sequestratore cede e decide di muoversi. Esce con l’ostaggio sul tetto e chiama la moglie che vive appena sotto, all’ultimo piano della palazzina, e che li fa entrare in casa dal balcone. «Lui voleva mangiare, Angela ci ha dato un po’ di acqua e crackers. Ma appena l’ha vista si è agitato, l’ha spinta le ha sparato due volte in testa. Io invece ero sul divano. Ha sparato una volta anche a me. Lì ho avuto davvero paura, non sapevo che la pistola fosse a salve».

La donnes cende a chiedere aiuto ai militari e il luogo viene circondato dai rinforzi con armi e lampeggianti. Il sequestratore vuol parlare solo con il maresciallo Francesco Santonicola di Gavardo, che lo conosce perché l’ha già arrestato un paio di volte per spaccio. Inizia una trattativa. Haida sul balcone, il comandante di stazione in giardino che gli promette di non fargli del male, lo convince a buttare la pistola e a consegnarsi. È la fine di un incubo.