Maurizio Piovanelli, padre di Desirée
Maurizio Piovanelli, padre di Desirée

Leno (Brescia), 17 gennaio 2019 - In quel terribile scorcio d’inizio autunno del 2002 erano il “branco di Leno”. Oggi, scontato il carcere e ritrovata la libertà, sono dei trentenni risucchiati dall’anonimato insieme con le loro famiglie. Fino a pochi mesi fa quando i riflettori si sono riaccesi sui protagonisti del fosco dramma bresciano.

A fare da innesco l’esposto di Maurizio Piovanelli, il padre di Desirée, la liceale quattordicenne massacrata a coltellate. Sei pagine per segnalare alla Procura che si deve scavare ancora su quello che accadde quel sabato 28 settembre fra le pareti cadenti della cascina Ermengarda. Che oltre alla verità processuale (Desy morì per essersi ribellata a un tentativo di violenza) ce n’è un’altra, ancora sommersa, che porta nella direzione di un giro di pedofilia organizzata. Una pista portata al padre di Desirée proprio da uno dei tre ex ragazzi. E così è venuta anche la discesa in campo di Giovanni Erra, all’epoca trentaseienne, l’unico adulto della scombinata batteria, che ha incaricato gli avvocati Antonio Cozza e Nicodemo Gentile di esplorare la strada difficile della revisione.

Via Romagna. Oggi come allora una teoria di linde villette. La famiglia Piovanelli da tempo ha lasciato la sua, anche se continua a vivere a Leno. Quasi di fronte abita la moglie separata di Erra. È in casa, risponde al citofono, non apre. È rimasta anche la famiglia di Nicola B., il sedicenne, l’amico d’infanzia, che secondo le sentenze colpì Desy con il coltello Kaiman acquistato al supermercato. Vittorio, il padre, è cortese, affabile. «C’è una nuova pista? Fanno bene a percorrerla. Con mia moglie lo dicevamo da subito: possibile che tre ragazzini abbiano fatto tutto da soli? E se fossero stati manipolati da qualcuno? Speriamo che si vada fino in fondo e che i tempi si stringano». A distanza di più di sedici anni dal dramma si è lasciato alle spalle anche altre ferite. «Ho perdonato mio figlio tre volte. Da quattro anni non è più mio figlio. Non condividevamo la sua scelta per il matrimonio. Si è sposato subito dopo essere tornato libero. Ha rotto i rapporti con noi, li ha mantenuti solo con la nonna materna. Si è sposato un anno fa, ha invitato la nonna, non noi genitori e la sorella».

Una villetta bifamiliare alla periferia del paese. Casa di Nicola V., Nico, l’altro sedicenne, il solo mai confesso, il solo ad essere rimasto a vivere a Leno, il solo che abbia avvicinato Maurizio Piovanelli e gli abbia prospettato lo scenario di Desirée venduta alla pedofilia. Il padre di Nico si avvicina al cancelletto. Nico non c’è, è al lavoro in un’azienda meccanica. Distilla poche parole: «Mio figlio ne ha parlato con il signor Piovanelli. È anche l’unico che è rimasto a Leno. Gli altri no». Non crede alla nuova pista il padre di Mattia F., il quattordicenne, il più piccolo del gruppo. Si è trasferito a Milano, torna a trovare la famiglia. Fa l’elettricista dopo avere lavorato come falegname già quando era in semilibertà. Il padre è là dove lo trovavano in ogni momento i cronisti che pattugliavano Leno, nella sua officina di autoriparazioni. «Per me quella della pedofilia è una cosa campata per aria. Le cose sono andate così come è uscito nei processi. Mattia si è trovato lì per caso. Sapeva solo che si dovevano incontrare».