Giallo di Marcheno, scomparso Marco Bozzoli
Giallo di Marcheno, scomparso Marco Bozzoli

Marcheno (Brescia), 19 maggio 2019 - «Attendiamo questi venti giorni, poi ne sapremo qualcosa di più. Come sempre io e i miei figli aspettiamo la verità dopo tanto tempo». La voce di Irene Zubani è dolce come sempre. Attende di sapere cosa ne è stato del marito che pare essersi smaterializzato una sera di ottobre di quasi quattro anni fa. Marcheno, nella bresciana Val Trompia. Le sette di sera dell’8 ottobre 2015, un giovedì. È buio quando Bozzoli telefona a Irene: «Ho fatto un po’ più tardi del solito, mi faccio la doccia, arrivo». Non si cambia neppure gli abiti da lavoro. La felpa che portava abitualmente in fabbrica è appesa nell’area degli uffici, una stranezza per uomo tanto ordinato. Sparito. In fabbrica ci sono altre presenze. I nipoti Alex e Giacomo, figli di Adelio. Il primo è in ufficio a lavorare a delle bolle. Giacomo esce alle sette e e ritorna venti minuti dopo: deve chiedere a un operaio di cambiare delle leghe metalliche e non è riuscito a raggiungerlo al telefono. Nella fonderia ci sono tre dipendenti: Giuseppe Ghirardini, Oscar Maggi, il senegalese Aboagye Akwasi, detto Abu. La procura generale di Brescia, con il procuratore Pierluigi Maria Dell’Osso, ha chiuso le indagini. Mario Bozzoli è stato ucciso e fatto sparire dai nipoti Alex e Giacomo, indagati per omicidio volontario premeditato e distruzione di cadavere. Maggi e Abu (che in un primo tempo condividevano le stesse ipotesi di reato) devono adesso rispondere di favoreggiamento. 

Diverso e tragico il destino di Beppe Ghirardini, addetto ai forni nello stabilimento. Con lui il giallo si duplica. La mattina del 14 ottobre 2015, un mercoledì, si allontana in auto dalla sua abitazione alla frazione Aleno di Marcheno. Il corpo viene ritrovato la domenica successiva a Case di Viso, fra i boschi sopra Ponte di Legno. Nello stomaco un’esca di cianuro ancora intatta mentre un’altra ha sprigionato il suo contenuto letale. Rimane aperto un fascicolo a carico di ignoti per istigazione al suicidio. Nessuna impronta genetica di Mario è rimasta sui camion dell’azienda e sulle auto degli indagati. Nessun resto umano nei forni e nei sacchi dei rifiuti ferrosi. La scoperta che le telecamere interne erano state spostate qualche giorno prima della scomparsa e indirizzate su punti ‘neutri’ della fabbrica. Dopo la sparizione di Mario in ditta è arrivato l’ordine di ripulire lo spogliatoio, levare il nome dall’armadietto, togliere la poltrona e il forno a microonde regalo ai dipendenti. Nella denuncia di sparizione, la moglie ha parlato di un clima pesante all’interno dell’azienda: tensioni, contrasti, screzi del marito con la famiglia di Adelio, del fatto che Mario si sentisse «ostracizzato» dal fratello e arrivasse a temere per i propri figli. I nipoti Alex e Giacomo, scrive l’avviso di conclusione delle indagini, avrebbero ucciso lo zio «aggredendolo repentinamente e proditoriamente all’interno del capannone della fonderia mentre, terminata l’attività lavorativa, sceso dal muletto adibito al trasporto di materiale metallico, si stava recando nello spogliatoio riservato ai dirigenti». Avrebbero trasportato il corpo fuori dalla fonderia dopo averlo infilato in sacchi o avvolto in teli in modo da non lasciarsi alcuna traccia alle spalle.

Un delitto scaturito da questioni economiche, di forti contrasti fra i due rami della famiglia, in particolare fra Mario Bozzoli e il nipote Giacomo, contrapposti sulla gestione aziendale, i prezzi, la qualità dei prodotti, ma anche per la nuova fabbrica che Adelio e i figli intendevano aprire a Bedizzole. Quanto ai dipendenti Oscar Maggi e Aboagye Akwasi, avrebbero «aiutato» gli autori del delitto «a eludere le investigazioni della polizia giudiziaria e del pm rendendo ripetutamente dichiarazioni reticenti in ordine a quanto visto o comunque percepito». Un punto fermo, dopo quasi 1.400 giorni, anche per Adelio Bozzoli: «Tiro avanti. Vivo alla giornata. Ormai è così. I miei figli sono innocenti, lo dico da sempre. Tutti noi abbiamo la fortuna di avere sopra qualcuno che ci giudica. Siamo onesti. Ci siamo sempre comportati bene. Ho fiducia nella magistratura e spero che riguardino molto bene prima di prendere una decisione».