L’inchiesta è iniziata nel 2015: negli anni si sono avvicendati quattro Pm
L’inchiesta è iniziata nel 2015: negli anni si sono avvicendati quattro Pm

Brescia, 21 novembre 2019 - Fanno “spese“ quando stanno per finire gambe all’aria, lasciando ai fornitori sul groppone oltre un milione e mezzo di merce mai pagata. Risultato: rinvio a giudizio di massa per i vertici aziendali per, a vario titolo, insolvenza fraudolenta e false informazioni in merito al concordato preventivo. Ma anche omesso pagamento dei contributi previdenziali ai dipendenti e false fatture. E’ la tegola che si è abbattuta sulla ex Stefana spa, l’acciaieria di Nave affondata da un ‘rosso’ di 130 milioni di euro, in liquidazione dall’autunno 2017. Il gup Elena Stefana ha disposto il processo – il dibattimento inizierà il 19 maggio – per otto imputati: l’ex presidente di Stefana spa Giacomo Ghidini con i consiglieri Pieralberto e Giampietro Ghidini, Quinto e Giulio Stefana. A giudizio anche Diego e Matteo Gregorini con Annamaria Basile, legali rappresentanti di tre società (Soges, Metal works e Selmad) che secondo l’accusa avrebbero emesso a favore dell’acciaieria due milioni di fatture con 400mila euro di Iva per operazioni inesistenti, aiutandola a evadere il Fisco.

L’inchiesta, coordinata negli anni da quattro pm, è nata sulla scorta di una querela sporta nell’aprile 2015 dai proprietari di Al.Fa laminati srl e Sae Flex srl di Cortefranca, che si sentirono raggirati da Stefana. L’azienda di Nave infatti nel 2014 chiese e ottenne da loro forniture per 1,6 milioni (1 milione 566mila dalla prima, 76.662 dalla seconda) ma il 31 dicembre dello stesso anno portò in tribunale l’istanza di ammissione al concordato preventivo, facendo così saltare il tavolo dei pagamenti. La maggior parte dei creditori si accodò al concordato, ricavandone un rimborso delle pretese pari a circa al 10%. La famiglia Medici, invece, titolare delle due ditte di Cortefranca, incolpò il cda dell’acciaieria di avere comprato merce quando sapeva bene non avrebbe mai pagato. Una mossa che spinse la Finanza a mettere sotto la lente i conti della ex Stefana, peggiorando la situazione.

Per il pm Teodoro Catananti, Giacomo Ghidini in qualità di presidente del cda di Stefana spa dal 7 ottobre 2003 al 7 settembre 2017, da allora in liquidazione e in concordato preventivo dal 3 giugno 2015, e i consiglieri «al fine di essere ammessi al concordato e di un ingiusto profitto nel bilancio allegato all’istanza di ammissione consapevolmente esponevano fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società». Gli imputati insomma avrebbero «dissimulato lo stato di insolvenza mediante anomale svalutazioni dei crediti commerciali e gli anomali accantonamenti ai fondi rischi». In particolare la voce Fondo svalutazione crediti veniva indicato per 284.894 euro, mentre nel bilancio del 28 luglio 2015 risultava di 9.404. Il Fondo rischi era quantificato in 30mila euro a fronte invece dei 25 milioni e 609mila euro registrati a bilancio. E ancora, «contraevano obbligazioni con Alfa Laminati e Sae Flex con il proposito di non adempiervi». A Giacomo Ghidini è inoltre contestato di avere registrato nelle dichiarazioni dei redditi dal 2011 al 2014 circa due milioni di fatture per operazioni inesistenti per far figurare passivi fittizi, e di aver dichiarato attivi inferiori per 40 milioni. Non avrebbe infine versato nel 2013 ritenute previdenziali all’Inps per 104.600 e all’Inail per 9.665, nel 2014 rispettivamente per 82.636 euro e 12.726.