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26 mar 2022

"Chi l’ha uccisa non ha saputo accettare la fine di una relazione"

Il criminologo Massimiliano Frassi, collaboratore di Scotland Yard, ha provato a tracciare il profilo psicologico del killer

I Ris hanno raccolto le prove che saranno messe a disposizione dei criminologi
I Ris hanno raccolto le prove che saranno messe a disposizione dei criminologi
I Ris hanno raccolto le prove che saranno messe a disposizione dei criminologi

Chi ha probabilmente ucciso la “donna senza nome“, trovata fatta a pezzi e infilata in sacchi neri poi gettati in una discarica abusiva lungo la Provinciale 5, aveva con lei un legame. Lo dimostrerebbe il modo in cui sono stati trattati i resti della vittima: fatti in piccoli pezzi, tagliati in modo chirurgico e bruciati con un particolare accanimento per il volto. Lo ipotizza il criminologo Massimiliano Frassi, presidente dell’associazione di tutela Prometeo che aiuta i minorenni vittime di abusi, l’unica che in Italia collabora con Scotland Yard. "La premessa necessaria è che si tratta di una riflessione ad alta voce. Benché criminologo non sono un perito del caso – spiega l’esperto - quanto ho appreso dalle cronache mi induce a pensare che i fatti sono maturati nell’ambito di un rapporto che forse si è interrotto o che forse chi ha agito avrebbe voluto avere con quella donna. Lo dimostra il forte accanimento che c’è stato sul corpo e lo dimostra la scelta di bruciare il viso. Quando dopo l’uccisione emergono i sensi di colpa rendere irriconoscibile il volto è un po’ come volersi disfare della colpa. Soprattutto il fatto di infierire sugli occhi è come volere evitare di farsi guardare dalla persona su cui si è infierito. È come volere evitare il suo giudizio". Frassi, che è di nascita sebina-camuna e che conosce molto bene la zona da un parere anche sul luogo prescelto per disfarsi dei resti.

"Il posto è sperduto. Deve essere conosciuto – dice -. Non si passa di li per caso. Se non si tratta di un abitante della zona è qualcuno che ha soggiornato per quelle parti per turismo o lavoro". Non solo. Frassi suggerisce che chi ha compiuto l’orribile gesto viva solo. "Parliamo di una persona che ha tenuto un cadavere in casa, in un congelatore, non un frigorifero normale - sottolinea - Partendo da questo dato si ipotizza una casa isolata. Potrebbe essere qualcuno che vive solo o con genitori anziani, che ha in uso una seconda casa o comunque un luogo ad accesso molto limitato. È comunque una persona che potrebbe svolgere una professione che gli dà capacità di tagliare in modo netto.

Non parliamo di una persona che ha agito sotto effetto di sostanze stupefacenti o alcol, né di un pazzo. È uno che ha ridotto al minimo lo spargimento di sangue. Uno che sapeva cosa faceva. A mio parere è un assassinio organizzato". Frassi ha espresso un pensiero anche in relazione alla vittima. "Vorrei si pensasse alla vittima come a una donna e come a una persona che è stata barbaramente uccisa e a cui deve andare il nostro rispetto assoluto – conclude - Invece si procede per categorie quasi come a voler allontanare i fatti dalla normalità. La voce che è girata è che potesse essere una straniera o forse una prostituta non rende quel crimine meno grave. Sarebbe più grave se fosse italiana, vivesse sola e nessuno avesse denunciato la sua scomparsa? E se l’assassino fosse un italiano di brava di famiglia e non uno sfruttatore come molti hanno ipotizzato"?

Milla Prandelli

© Riproduzione riservata

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