Il Tribunale amministrativo
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Brescia, 25 gennaio 2018 - "L'accertamento del disturbo specifico dell’apprendimento non può rappresentare una giustificazione al minor impegno dell’alunno, le cui capacità cognitive non sono affatto ridotte dal disturbo stesso". Con questa motivazione i giudici del Tar hanno respinto il ricorso presentato da due genitori (costretti anche a pagare 1.500 euro di spese) contro la bocciatura del figlio con problemi di dislessia, certificati nel dicembre 2016, che al termine dello scorso anno scolastico non è stato ammesso alla terza media. La famiglia del ragazzo, che frequenta un istituto privato della provincia, aveva chiesto l’intervento del Tar perché la scuola non avrebbe tempestivamente predisposto il piano didattico personalizzato.

"Le materie in cui il ragazzo non ha raggiunto la sufficienza (italiano, materie letterarie, inglese e tedesco) sono quelle in cui è maggiormente necessaria la lettura per la comprensione – sostenevano i genitori nel ricorso – La ripetizione dell’anno non favorirebbe il superamento delle difficoltà riscontrate, perché l’alunno troverebbe sempre delle difficoltà insuperabili". Per i giudici amministrativi il motivo addotto è infondato: "Si potrebbe imputare alla scuola un comportamento non conforme alle istruzioni ministeriali. Non si potrebbe però in alcun modo superare il dato oggettivo che il ricorso non contesta e cioè che l’alunno non ha dimostrato di aver raggiunto gli obiettivi formativi della classe frequentata". Il disturbo di apprendimento non avrebbe nulla a che fare con la bocciatura. Alla base per i giudici ci sarebbe soltanto la poca voglia di applicarsi sul libri. "Solo nell’ultimo mese dell’anno l’alunno ha dimostrato un atteggiamento impegnato e produttivo nei confronti di alcune materie mettendo in luce le potenzialità che possiede – si legge nella sentenza – Non è però riuscito a superare le gravi lacune accumulate nel corso dei due anni per poter affrontare la classe terza".