Matteo Salvini parla dal palco di Pontida
Matteo Salvini parla dal palco di Pontida

Pontida (Bergamo), 16 settembre 2019 - La base della Lega lo incorona anche da ex vice premier, ex inquilino del Viminale. Lo congeda con viatico e benedizione per la nuova sfida. Matteo Salvini parla per meno di un’ora. Mano sul cuore. Mani al cielo. Braccia spalancate. Applauso a chi applaude freneticamente, scandendo il suo nome. Toni forti e denti messi in bella mostra sui temi più cari. Un sottofondo di pacatezza quando invita rispondere alle provocazioni con «il sorriso di chi sa di essere nel giusto». Citazione di Leopardi «per la più eroica delle virtù: la pazienza». Pazienza perché «questi non possono scappare dal voto all’infinito». Quello del poeta di Recanati è il primo nome di un famedio che il numero uno della Lega costruisce nel suo intervento allineando, in ordine sparso, il giudice Rosario Livatino, vittima della mafia, Margaret Thatcher, Oriana Fallaci, don Pierino Gelmini, Enzo Ferrari, Enrico Berlinguer (comunista «serio»), Umberto Bossi, Roberto Maroni e pure Giovanni Paolo II. 
 
Persino un velo di polemica malinconia: «Che tristezza leggere dell’amico Di Maio, continuo a chiamarlo così: mi spiace che la rivoluzione dei 5 Stelle si trasformi in una svendita di poltrone in Umbria e in Emilia Romagna, elemosinando col cappello in mano nelle sedi dei Pd».  Dal palco parte l’invettiva al governo giallorosso: «Mettetevi insieme quanto volete, tanto il popolo non è scemo e vi manda a casa». E subito rincarando: «Noi vogliamo il governo del popolo contro il governo del Palazzo». 
Visto che lo slogan sul palco è «la forza di essere liberi», un Salvini poliglotta legge in francese, tedesco, inglese, la frase «il popolo italiano non è schiavo di nessuno». E giusto per chiarire che il bersaglio è il premier Conte: «I sussurri alla Merkel li lasciamo ai traditori del popolo». E ancora: «Mai a sinistra, mai col Pd, neanche se ci offrissero mille poltrone». 
 
I temi cari, canonici dell’ormai consolidato Salvini-pensiero. «Legge elettorale. Chi vince governa. Chi prende un voto in più governa. Basta con gli inciuci, i tradimenti. Una legge efficiente, moderna. Qui invece stanno preparando il ritorno al passato». scandisce. «Ci sono stati 200 sbarchi a Lampedusa in 24 ore. Se cancellano il decreto sicurezza, fanno un danno a 60 milioni di italiani, consegnano alla schiavitù l’intero continente africano. Se proveranno a smontare il decreto sicurezza, non raccoglieremo 500mila firme per un referendum ma 5 milioni in difesa dei sacri confini del nostro Paese». Il verde leghista si tinge per un attimo di grigioverde patriottico in un passaggio che sarebbe piaciuto a Giovannino Guareschi, il papà di don Camillo e Peppone. Il Padre Po si ritrova detronizzato. «Il Piave mormorava allora come oggi. I nostri nonni hanno dato la vita. Prima gli italiani, anche i fratelli venuti dall’altra parte del mondo, che lavorano, rispettano le nostre leggi, la nostra cultura. Se uno vuole coprire la moglie col Burqa torni al suo paese». 
 
Immancabile il richiamo del Capitano leghista a Carola Rackete, la capitana della Sea Watch: «La viziatella comunista mi ha denunciato. Non vedo l’ora di guardarla a testa alta al processo». Promette una flax tax al 15% «per chi lavora e per chi crea lavoro: sarà il primo provvedimento quando torneremo al governo». Un monito, alzando il tiro: «Se proveranno ad aumentare la tassa sulla casa, frutto del risparmio e del sacrificio delle famiglie, dovranno passare sui nostri corpi». Finale con bimbi e genitori sul palco. Fra loro anche Greta, una bambina emiliana che, «dopo un anno, è stata restituita alla mamma. Mai più bimbi rubati a mamma e papà – proclama Salvini –. Mai più bimbi come merce». Il riferimento è alla vicenda degli affidamenti di minori a Bibbiano, su cui indaga la magistratura.