Bergamo, 26 febbraio 2021 - Un sabato cupo, dolorosissimo. A distanza di dieci anni nessuno può avere dimenticato la giornata del 26 febbraio del 2011. Avviene ciò che la ragione temeva e i cuori di tutti si auguravano che mai avvenisse: viene ritrovata morta Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate di Sopra, studentessa di terza media e promessa della ginnastica ritmica, scomparsa esattamente tre mesi prima, il 26 novembre. E' stata vista per l'ultima volta nel centro sportivo di Brembate. Il corpo è fra le sterpaglie di un campo di Chignolo d'Isola, a una decina di chilometri da Brembate.

Un ritrovamento casuale, frutto di coincidenze, di concatenazioni. Ilario Scotti, 48 anni, è un impiegato di Bonate Sotto. Appassionato di aeromodellismo, possiede due aeroplanini radiocomandati che tutti i sabati, verso le tre del pomeriggio, fa volare sopra il campo di Chignolo. Un modellino tipo Piper pare avere dei problemi. Scotti lo fa planare. "Vedendo dove era caduto -  mette a verbale in questura a Bergamo -, mi recavo per riprenderlo, quando vicino all'aereo scorgevo una sagoma di colore nero, posta sul terreno. All'inizio mi sembrava che fosse un manichino, ma dopo essermi ripreso e avvicinato meglio alla sagoma, mi accorgevo che era il corpo di una persona di giovane età, anche se non riuscivo a capire se maschio o femmina. Immediatamente alle ore 15 e 21 telefonavo al servizio di emergenza 113 rimanendo in attesa dell'arrivo di personale della Polizia di Stato".

Scotti rimane accanto a quel piccolo cadavere ancora sconosciuto. Quando volge lo sguardo per un attimo perde di vista il cadavere, nascosto nell'erba alta. Confiderà qualche anno dopo in una intervista a Il Giorno: "Non sono molto credente, ma devo dire che qualcosa c'è. Mi chiedo ancora oggi perché l'aereo andava in quella direzione, perché è caduto proprio in quel punto, a due metri da Yara, perché non ho trovato nessun guasto quando l'ho controllato". Per alcuni minuti quella di Ilario Scotti non è un'attesa solitaria. Si materializza una strana presenza. "Mentre aspettavo il personale della Polizia di Stato è giunto un uomo a bordo di un'autovettura Fiat Punto modello vecchio di colore grigio scuro, piccolo di statura, circa 50 anni di età, vestito con un giubbotto classico di colore scuro, il quale dopo essere arrivato sino al confine della strada che dà poi direttamente nel campo incolto, saliva su uno dei panettoni di colore giallo posti all'inizio del campo e per circa 3-4 minuti ha osservato in maniera interessata il campo, come se stesse cercando di individuare qualcosa all'interno del medesimo".

E' Yara. Maura Panarese, la madre, viene accompagnata sul campo perché riveda la sua bambina. Quello stesso pomeriggio accorre Cristina Cattaneo, il medico legale dei grandi delitti, dei grandi misteri, responsabile del Labanof, il Laboratorio di antropologia e odontologia forense dell'Università di Milano. Rimane per ore nel campo incolto di Chignolo, osserva, si sposta, sosta, raccoglie campioni. Il lunedì è lei a iniziare l'autopsia sul corpo di Yara che si protrae per due giorni. Vengono eseguiti anche Tac e raggi X. Yara è stata stroncata dagli effetti combinati di un insieme di concause: il sanguinamento delle ferite (non mortali), inferte sia al corpo sia alla gola della vittima, da vestita, da "una lama molto affilata", le contusioni al capo e al volto, l'ipotermia. Nessuna ferita da difesa. E' morta la sera stessa della scomparsa e "in via di elevata probabilità", secondo l'accertamento autoptico, è rimasta "nel campo di Chignolo d'Isola dal momento della sua morte al momento del ritrovamento": nella mano destra stringeva arbusti tipici della zona, sotto le unghie e persino nel braccialettino di stoffa che portava sono attaccate le spine di quel campo. Una lunga agonia che si è conclusa solo verso mezzanotte o nelle prime ore della mattinata seguente. Solo a maggio è possibile restituire la salma alla famiglia.

Yara "parla". Sugli indumenti è rimasta impressa la traccia genetica dell'assassino, quello che viene chiamato Ignoto 1. Parte uno screening di massa  senza precedenti, con la raccolta di migliaia e migliaia di campioni salivari da cui estrarre il Dna. Si arriva a un ceppo, a una famiglia, a un uomo. Si chiama Giuseppe Guerinoni, conducente di autobus di Gorno, scomparso nel 1999. Viene identificato come il padre di Ignoto 1. All'indagine scientifica si accompagna quella tradizionale, focalizzata su Gorno, alla ricerca di notizie, indiscrezioni, anche chiacchiere e pettegolezzi di paese che potrebbero dare la spinta finale all'inchiesta. La confidenza di un collega dell'autista porta a una donna che potrebbe avere avuto una relazione extraconiugale con Guerinoni. Il 28 ottobre del 1970 ha dato alla luce due gemelli, un maschio (battezzato Massimo Giuseppe) e una femmina. Il 16 giugno 204 finisce in carcere Massimo Giuseppe Bossetti, 44 anni, muratore di Mapello, sposato e padre di tre figli. Il suo codice genetico risulta sovrapponibile a quello di Ignoto 1. Condannato all'ergastolo nei tre gradi di giudizio per l'omicidio di Yara Gambirasio, Massimo Bossetti non ha mai smesso di proclamare la sua innocenza.