La piccola Yara Gambirasio
La piccola Yara Gambirasio

Bergamo, 26 agosto 2015 - Yara Gambirasio non venne aggredita, ferita e lasciata morire nel campo di Chignolo d’Isola dove fu trovata, il 26 febbraio del 2011, a tre mesi dalla scomparsa. Venne trasportata lì solo in un secondo tempo, pochi giorni prima del ritrovamento. La difesa di Massimo Bossetti, il muratore processato per l’omicidio della tredicenne di Brembate di Sopra, rimette in pista uno dei suoi cavalli di battaglia. Lo fa con un argomento nuovo: la carta sim del cellulare di Yara (l’involucro dell’apparecchio è sparito), rinvenuta nella tasca destra del suo giubbino, avvolta in un guanto, era immacolata, priva di qualunque patina di umidità, come se non fosse rimasta per tre mesi all’adiaccio. «La sim telefonica - dice il criminologo Ezio Denti, consulente della difesa - è composta anche di nichel-cadmio, rame e oro. I primi due sono di facile ossidazione. Ho fatto un esperimento con una carta: sono bastati dodici o tredici giorni perché si ossidasse. E quella trovata addosso a Yara è rimasta per tre mesi esposta a tutte le intemperie dell’inverno, neve compresa. La protezione della tasca e del guanto non sarebbero bastate a preservarla. Anche il guanto era umido».

«Sono stati analizzati - prosegue Denti - la carta sim, la batteria del telefonino e l’Ipod per verificare un deterioramento legato a quel lungo periodo all’aperto? Ci risulta che non sia stata effettuata nessuna prova per accertare quanta carica sopravvivesse nella batteria. All’aperto, si sarebbe ossidata. Se invece avesse conservato una carica, si dovrebbe pensare che è stata, almeno per qualche tempo, in un luogo protetto». I difensori chiederanno di visionare e fotografare tutti i reperti: la carta Sim, la batteria, l’Ipod e il suo cavetto trovato tirato, le chiavi.

Un altro mistero. Sulla sim sono presenti tracce biologiche che riportano al Dna di Yara, ma non è stata rilevata nessuna impronta della vittima o di un estraneo. I difensori di Bossetti, Claudio Salvagni e Paolo Camporini, poggiano la convinzione che l’aggressione mortale non sia avvenuta fra le sterpaglie di Chignolo anche su altri particolari. Uno fra tutti, Ivo Rovedatti, l’elicotterista della Protezione civile che durante le ricerche sorvola il campo più volte, lentamente e a bassa quota, non scorge il corpo.