La casa  di Chiara Alessandri (a sinistra) dove è stata uccisa Stefania Crotti (a destra)
La casa di Chiara Alessandri (a sinistra) dove è stata uccisa Stefania Crotti (a destra)

Gorlago (Bergamo), 29 luglio 2021 - Una donna di «non comune malvagità». Fredda nel pianificare un disegno criminale dai tratti «ripugnanti». Spietata nell’eseguirlo. Confermata la condanna a trent’anni di reclusione per omicidio premeditato e distruzione di cadavere (reato assorbito dal più grave). Trenta pagine per motivare la sentenza con cui, il 5 marzo, la Corte d’Assise d’appello di Brescia (sposando la lettura dei fatti del gup Alberto Pavan in primo grado) ha ribadito la pena inflitta a Chiara Alessandri, 46 anni. Era il 17 gennaio del 2019 quando, con un biglietto per una finta festa a sorpresa, la donna aveva attirato nel suo garage Stefania Crotti, 42 anni, madre di una bambina di 8 e moglie dell’uomo con cui aveva allacciato una breve relazione. Nell’estate del 2018 Stefano Del Bello aveva deciso di tornare dalla moglie.

Nel box era scattata la trappola. Secondo l’accusa, Chiara Alessandri aveva preso a martellate alla testa la rivale. L’aveva poi caricata sulla sua Mercedes e trasportata nelle campagne di Adro dove l’aveva scaricata per darle fuoco quando la vittima era ancora viva. L’imputata ha ammesso le martellate, a suo dire per difendersi, e negato l’incendio. La difesa aveva chiesto le attenuanti generiche per il comportamento «esemplare» in carcere e per il pentimento manifestato in una lettera alla madre. Niente da fare. I giudici bresciani hanno motivato in termini severi il «no». Nella sentenza il giudice estensore Massimo Vacchiano evidenzia la «notevole riprovevolezza della condotta omicidiaria commessa, i cui tratti decisamente ripugnanti eccedono largamente il già elevato disvalore riconducibile all’aggravante delle premeditazione. Qui risalta, infatti, la non comune malvagità di una donna che, posseduta unicamente da un desiderio irrefrenabile di punire e sopprimere la rivale, ha approntato e pianificato una complessa macchinazione che le ha consentito di far cadere in una vera e propria imboscata l’ignara vittima, divenuta così una sua fragile preda.

Non vi sono parole per descrivere la spietatezza con la quale l’imputata ebbe a infliggere all’indifesa persona offesa quella spaventosa sorpresa. Né certamente può sorvolarsi sulla sofferenza fisica patita dalla Crotti durante quelle numerosissime percosse con le quali l’Alessandri ebbe ad infierire senza pietà su di lei». Vendetta sulla rivale e anche sull’uomo al quale era stata legata. Nonostante questo l’Alessandri ha pervicacemente tentato di alleggerire la sua posizione. «La devastante portata della sua condotta, mediante la quale l’imputata ha inteso punire sia la Crotti, sia in definitiva anche il Del Bello, non può certamente mitigarsi capitalizzando oltre misura il suo comportamento processuale, che, lungi dal riflettere un autentico ravvedimento, risulta connotato da una ostinata, quanto altamente censurabile, volontà di sminuire la propria responsabilità». Revocata anche la libertà vigilata.