DANIELE DE SALVO
Cronaca

Tremila chilometri in handbike dal Golfo Persico al Mar Rosso: “L’ho fatto per un’orfana saudita”

Nel percorso attraverso la penisola arabica Parsani ha raccolto un terabyte di dati. Serviranno a migliorare le terapie per chi, come lui, ha subito una lesione spinale

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Ha percorso tremila chilometri in handbike in meno di un mese attraverso la penisola arabica, dal Golfo Persico al Mar Rosso. A portare a termine l’impresa sportiva, umana e scientifica è stato, tra dicembre e gennaio, Matteo Parsani, ricercatore di Scanzorosciate, 43 anni che insegna al Kaust, la King Abdullah University of Science and Technology in Arabia Saudita. L’ha fatto in nome della ricerca per quanti come lui, che nel 2017 ha subito una lesione spinale in un incidente, non possono camminare, trasformandosi in un laboratorio umano itinerante per raccogliere dati che permetteranno di mettere a punto programmi di cura e riabilitazione

Come stai? Ti sei ripreso?

"Sto molto bene: sotto l’aspetto fisico nel giro di un paio di giorni mi sono ripreso. Mentalmente invece in alcuni momenti ho avuto difficoltà a trovare la motivazione per continuare. La musica mi ha aiutato molto. Adesso sto affrontando un cambiamento di mentalità e mi piace, sto sognando quello che verrà!".

Qual è stato il momento più difficile?

"La penultima tappa: non era troppo ripida ma lunga e con 36 gradi. Negli ultimi chilometri ho dovuto cambiare rapporto e mettere la prima; non mi era mai successo. Ho sentito bruciare il cuore e il petto, ma ho tenuto duro: dopo un po’ il corpo si arrende, a spingere è solo il tuo stato mentale".

E il momento più bello?

"Sono stati due. Uno quando sono arrivato a Gedda, città costiera cosmopolita. Siamo arrivati da sud, abbiamo superato una piccola collina e visto il mare. Gedda è diversa da qualsiasi altra città, la adoro, lì mi sono sentita a casa. E poi quando ho incontrato Sua altezza reale il principe Sultan Bin Salman. È stato un astronauta, ma non sapevo che fosse coinvolto in molti progetti umanitari. Abbiamo parlato per ore del futuro, dell’intelligenza artificiale, di come potrebbe giovare a me e ad altre persone con disabilità e, in generale, al sistema sanitario".

Sono stati elaborati i dati raccolti? È già emerso qualcosa di utile per la riabilitazione?

"I dati vengono elaborati sia al Kaust sia a Villa Beretta, a Costa Masnaga, al centro di riabilitazione dove sono stato dopo il mio incidente. Stanno già osservando alcuni cambiamenti avvenuti nel mio corpo. Dopo l’incidente ho sempre sofferto di dolore neuropatico, una sorta di dolore fantasma che durante il viaggio si è attenuato quasi completamente. L’elaborazione completa richiederà tempo, parliamo di 30 giorni, quasi 20 ore al giorno di dati: ho generato un terabyte di dati da elaborare per essere compresi da scienziati, informatici e medici".

Perché ha deciso di realizzare questo progetto straordinario in Arabia Saudita?

"Ho volto restituire qualcosa all’Arabia Saudita, un luogo unico che per me è casa. La scintilla che ha fatto scattare la sfida è stato l’incontro al Kaust di una bambina saudita che, in un incidente, ha perso il padre e due sorelle, mentre un’altra sorella è rimasta in sedia a rotelle. È stato il 9 settembre 2022. Da quel momento ho voluto dare un contributo alle persone con disabilità, soprattutto ai bambini. All’inizio volevo generare consapevolezza, speranza, autodeterminazione e acquistare biciclette per i bambini disabili... abbiamo distribuito 75 handbike, che sono costose. Inoltre, volevo promuovere l’Arabia Saudita. Poi ho voluto anche sviluppare la ricerca al Kaust".