Seriate, 26 settembre 2016 - «Quando quella notte sono entrato in casa dei miei genitori ho trovato mia madre a terra, in una pozza di sangue. Era in cucina, a pancia in giù. Il sangue era arrivato sin quasi all’ingresso. Io l’ho evitato. Poi ho incrociato lo sguardo di mio padre e di scatto gli ho detto: “Ma che cosa hai fatto?”. Ma quando ho visto che sui suoi vestiti non c’erano macchie di sangue mi sono tranquillizzato: ho avuto la certezza che non era stato lui». A parlare è Paolo Tizzani, figlio primogenito di Antonio, l’ex ferroviere unico indagato a piede libero per l’omicidio della moglie Gianna Del Gaudio, uccisa con una coltellata alla gola tra il 26 e il 27 agosto. «Da quella notte – sottolinea Paolo Tizzani – la mia vita è cambiata. E anche quella di mia moglie Elena: ora il nostro pensiero va ai due bambini. Il più grande, Lorenzo, nonostante vada ancora all’asilo, sa tutto su come è morta la nonna. L’altra fortunatamente no».

È domenica, pranzo in famiglia, a un mese circa dall’omicidio avvenuto nella villetta di piazza Madonna della Neve, un omicidio ancora senza colpevoli. A casa di Paolo, oltre al padre Antonio, ci sono anche i genitori della moglie Elena. Un tentativo di normalità dopo quello che è accaduto. Le indagini intanto vanno avanti, in attesa dei risultati dei Ris che potrebbero essere determinanti, soprattutto per liberare Antonio da ogni sospetto. «Io ancora non riesco a credere che mia madre non ci sia più – dice Paolo –. Mi sembra che sia ancora in vacanza con papà. È stato lui a ucciderla? Il dubbio c’è stato, ma ho subito capito che non poteva aver fatto una cosa così orribile. Certo, a volte litigavano, ma come succede in tutte le famiglie, null’altro, si volevano bene». Del coltello sequestrato al padre, Paolo ricorda che «era nel borsello che gli era già stato sequestrato nei giorni scorsi. Era chiuso con una cerniera. Si tratta di un coltello svizzero con il manico di legno».

Ma se non è stato Antonio, chi può aver ucciso l’ex professoressa? «Può essere stato qualcuno che ci voleva male – risponde il figlio –. E perché non un tossico? Io che lavoro alla stazione, li vedo come si comportano: per dieci euro sono capaci di farti del male. Io ero molto attaccato a mia madre, le volevo molto bene. Con mia moglie ci siamo trasferiti qui a giugno proprio per stare vicino a lei e a mio padre. Ci davano una mano con i bambini». A fianco di Paolo c’è la moglie Elena. Ammette che la storia dell’uomo incappucciato che la notte, quando il marito era al lavoro, suonava a casa loro, non è vera: «Si, mi sono inventata tutto e per questo chiedo scusa: non pensavo che questa bugia potesse danneggiare le indagini. Ho mentito per paura. Prima di trasferirci qui abitavamo in un condominio e io mi sentivo più protetta. Ma qui ho sempre avuto timore: speravo che con questa bugia mio marito si convincesse a fare meno turni di notte». La donna parla della collana di Anna e delle lesioni che aveva: «Quel giorno la collana l’aveva, poi non l’ho più vista. Per quanto riguarda le lesioni, so che una volta è caduta per strada, poi in bus, mentre i denti le sono caduti per un intervento alla bocca». Infine Elena si lascia andare a una confidenza: «Pensi che io e mio marito stavamo pensando a un altro figlio. Ma abbiamo accontonato il pensiero: da quella notte tutto è cambiato. Io però credo nell’innocenza di Antonio e mi auguro che presto i carabinieri prendano chi è stato: voglio sapere il suo nome e perché lo ha fatto».