Antonella Giua finì in stato vegetativo a 28 anni
Antonella Giua finì in stato vegetativo a 28 anni

Bergamo, 28 febbraio 2018 - A diciotto anni di distanza, si torna a parlare in tribunale del caso di Antonella Giua, la donna che finì in stato vegetativo a 28 anni, il 13 marzo del 2000, senza mai più uscirne fino alla morte, avvenuta nel settembre del 2013, a 41 anni, per aver inalato protossido di azoto durante un intervento di raschiamento effettuato agli ex Ospedali Riuniti di Bergamo. Per quel caso finirono a processo l’operatore di anestesia Alberto D’Amicantonio (oggi 50 anni), l’allora primario del reparto di Anestesia Giuseppe Ricucci (oggi 74 anni, in pensione) e l’allora responsabile della manutenzione dell’ospedale, Alberico Casati, 56 anni. Furono condannati tutti e tre in primo grado per lesioni gravissime: D’Amicantonio a 22 mesi, mentre per Ricucci e Casati il giudice stabilì una multa, rispettivamente di 200 e 300 euro. Furono poi priosciolti per intervenuta prescrizione, prima ancora che il processo approdasse in appello.

La morte di Antonella Giua, avvenuta 13 anni più tardi, aveva però riaperto la questione giudiziaria per via della modifica del reato contestato: non più lesioni gravissime, ma omicidio colposo. Il secondo processo si è chiuso ieri: il gup Bianca Maria Bianchi ha condannato con il rito abbreviato (sconto di un terzo sulla pena finale) Ricucci a 8 mesi (pena sospesa), D’amicantonio a 1 anno e 4 mesi (pena sospesa), mentre Casati, che non aveva chiesto il procedimento con riti alternativi, è stato rinviato a giudizio. Il pm Lucia Trigilio aveva chiesto 8 mesi per Ricucci, 2 anni per D’Amicantonio e il rinvio a giudizio per Casati. Secondo l’accusa, Antonella Giua era finita in coma per aver respirato dalla mascherina, durante il parto, protossido di azoto (per 12 minuti, verrà stabilito), anziché una miscela tra questo gas, che serviva per l’anestesia, e l’ossigeno, perché il tubo di quest’ultimo era mal inserito e si era staccato.

Sempre stando alle contestazioni, Alberto D’Amicantonio non avrebbe adeguatamente controllato la paziente e non si sarebbe accorto in tempo che stava respirando protossido di azoto; Casati e Ricucci sarebbero responsabili di aver consentito l’uso di un macchinario obsoleto. Il collegio difensivo, formato dagli avvocati Roberto Bruni, Mauro Angarano e Marco Pievani, ha sollevato la questione del “ne bis in idem”, è cioè che la condotta contestata è sempre la stessa ed era già stata giudicata (la somministrazione di protossido di azoto alla paziente). Alla famiglia di Antonella Giua nel 2005 erano stati riconosciuti 1 milione e 250mila euro di risarcimento.