Davide Taravelli
Davide Taravelli

Bergamo, 6 marzo 2018 - Il fiato che soffia ritmato, i polmoni che cadenzano il tempo, le gomme che stridono sul fondo di ghiaia e il silenzio, dentro e fuori di sé, interrotto solo dal ronzio della catena che gira all’infinito. Non una parola, mentre lenti e solenni, sullo sfondo dell’orizzonte passano monti gelati dai nomi impronunciabili e picchi desolati di deserti andini. Davide Taravelli è solo, in sella a una bicicletta. Ha deciso di partire in un giorno d’agosto del 2015, con una sola idea: attraversare l’intero continente americano. Ha passato oltre due anni e mezzo dei suoi trentotto anni di vita così. Dormendo dove capita, con la volta di stelle come tetto. E più volte se l’è vista brutta, fra attacchi di orsi e di banditi che, se non fossero stati veri, sarebbero parsi l’invenzione di un regista di western. Davide ha una voce squillante. Lo troviamo fermo in Patagonia, mentre cerca un passaggioponte su una nave, per ricominciare l’avventura dall’Africa.

Senta, ci tolga una prima curiosità: come fa a campare?

«La prima regola è non spendere. Guardi, l’idea iniziale era di fermarsi alla Patagonia, poi ho pensato di cominciare dal Nord America. Avevo qualche risparmio, ma i soldi sono finiti. Alla fine è stato in Sud America che ho capito: ho incontrato gente che viaggiava senza soldi, ho imparato da loro».

Cioè?

«Niente ostello, ma tende. Esistono poi due siti per ciclisti che chiedono ospitalità. Famiglie che ti tengono a dormire, ti danno da sistemare la bici, lavare il bucato, e ti danno provviste: cose semplici, riso, fagioli... In cambio, lascio cartoline dipinte. E la gente mi segue su Internet».

E in due anni e mezzo mai un’influenza, un raffreddore?

«Ho avuto l’ernia al disco... un male... Mi ha ospitato, in Ecuador, l’Istituto italiano di Cultura».

E ora dove va?

«In Patagonia. Poi cambierò continente. Vado in Africa, cerco un passaggio su un mercantile, ma spero di evitare quelli piccoli: soffro il mal di mare e questo tratto d’Oceano non è tranquillo...»

Mai avuto paura?

«All’inizio, tanta. Ero partito tardi, era quasi inverno. In Alaska piangevo e pedalavo, piangevo e pedalavo... Mi sono fatto male il primo giorno, il terzo ho incontrato due Grizzly, uno mi ha distrutto la tenda, l’altro una borsa. Più a sud, in Guatemala, mi ha aggredito un Puma. E in Colombia ho incontrato i banditi: volevano ammazzarmi. Ero solo, nel deserto della Guajira. Per difendermi ho usato lo spray anti-orsi».

Tutto passato?

«Sì, e poi ci sono incontri che ti cambiano la vita...».

In meglio...

«Sì. Come quel saggio nomade che viaggia da solo con tre muli negli Stati Uniti. Vive di nulla, cura un blog su Internet. Lo seguo ancora e lui segue me. Oppure c’è quell’Italiano che ha lasciato Milano 40 anni fa, è scampato agli attacchi della guerriglia nella giungla e ora si è ritirato a coltivare caffè: storie incredibili».

Senta, ma lei non si sente solo?

«Ma no, tante persone in Italia e nel mondo seguono la mia vita».

Ma perché è partito? Cosa faceva prima?

«Il libero professionista: commerciale per una multinazionale. Ma già da piccolo avevo questa passione: leggevo Kerouac, Verne, Salgari, Jack London... A 19 anni sono partito per l’Irlanda e ci ho passato due anni. I miei genitori hanno capito: meglio un figlio in giro per il mondo e felice, che uno depresso in ufficio».

E i suoi genitori non le mancano?

«Ci sentiamo, li ho anche visti a Santiago: sono arrivati in aereo... la prossima volta ci vedremo magari in Marocco, dopo l’Africa». Sicuro di ripartire? «Sì, nessun dubbio». Chissà se Davide, alla fine del viaggio dirà come Forrest Gump: ora sono un po’ stanchino.

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