Matteo Locatelli
Matteo Locatelli

Bergamo, 28 marzo 2020 - "La paura? Un attimo, un attimo solo prima di fare quell’ultimo passo prima di entrare nel reparto. Avevo chiesto io di andarci. Sapevo cosa mi aspettava. Ero consapevole della mia preparazione. Avevo su di me tutti i presidi necessari. Mi sentivo dentro un concentrato di energia, di volontà di fare tutto il possibile e di farlo al meglio. È bastato fare quel passo". Una voce giovane e fresca dai gironi del Covid-19. Matteo Locatelli, bergamasco di Almenno San Salvatore, ha 28 anni. Dopo la laurea triennale in infermieristica, inizia a lavorare come libero professionista al day-hospital dell’ospedale Papa Giovanni XXIII per i malati oncologici. All’inizio del mese chiede di essere assegnato a un reparto Covid.

Quando ha incominciato a misurare l’emergenza che stava vivendo l’ospedale?
"Da subito. Ho risposto al bando di reclutamento degli infermieri. Volevo fare qualcosa. Ho presentato la domanda venerdì 6 marzo. “Lei lavora già qui. Ci serve. Riesce a prendere servizio?’’. “Riesco”. Il giorno dopo, sabato, ero in reparto".
Che situazione ha trovato?
"Sono stato assegnato a un reparto Covid alla Torre 4. Il primo giorno di lavoro è stato anche il mio primo giorno nell’emergenza. Il reparto si stava costituendo, si doveva organizzare, si dovevano collocare i pazienti. Al mio arrivo ne ho trovati ventiquattro o venticinque, il reparto era pieno per metà. Il flusso era continuo. Il pronto soccorso era saturo, solo nella mattinata ne sono arrivati cinque o sei e un’altra mezza dozzina nel pomeriggio. Il giorno dopo, domenica, era pieno, quasi a regime. E parliamo di uno solo dei reparti Covid. L’Azienda si era dovuta organizzare in fretta. All’inizio il paziente è un nome, una cartella di dati da informatizzare. Una lavoro che si fa in quella che chiamiamo la parte ‘pulita’ del reparto. Poi scopri la persona. Ricordo di avere compilato la pratica di una signora che è morta la settimana dopo. Li vedi passare in barella, fai un cenno con la mano e ti rispondono. Entri in contatto con loro nella parte contaminata del reparto. Lì incontri e conosci le persone".
Come vivono la loro malattia?
"C’è la paura, certamente, ma c’è anche la volontà di vivere. Assolutamente. Ognuno reagisce a modo proprio. C’è chi ha bisogno di parlare e chi sta in silenzio, chi ringrazia per piccole cose e chi invece si arrabbia sempre per piccole cose. C’è chi guarda al futuro. Ho conosciuto un pittore, un signore di una certa età. Mi ha raccontato un episodio che gli era capitato e subito dopo mi ha detto: “Sa, ho tante idee. Mi immagino i quadri. Ho tante cosa da dipingere”. “Ma quando sarà fuori di qui, gli ho chiesto, manterrà tutto questo?”. Prima di rispondermi mi ha preso le mani, io ho stretto le sue. “Sì, è vero. Quando sarò a casa, farò qualcosa, ma sarà l’idea di un momento”. Mi ha fatto ricordare una intervista al poeta Ungaretti sul verso che nasce dall’idea di un momento".
Cosa significa lavorare in un reparto Covid?
"Fatica. Tanta fatica. C’è il calore. I caschi CPAP messi ai ricoverati per aiutarli a respirare producono un certo rumore. Lo sforzo per sistemare questi pazienti che faticano a mettere un piede fuori dal letto. Sostenere quelli che vogliono compiere qualche passo, farli arrivare dal letto alla poltrona, andare in bagno. Individuare le criticità. Individuare quei pazienti che potrebbero fare quel passetto in più verso il peggioramento. E poi il momento più difficile. Come per tutti i pazienti terminali. Quando si realizza che è stato raggiunto il tetto terapeutico, che non c’è più margine e si deve provvedere alla palliazione per accompagnare il paziente all’esito senza sofferenza. Ma c’è anche la gioia per chi riesce, chi vince, e può tornare a casa. È anche la nostra gioia".