Sala parto (foto d’archivio)
Sala parto (foto d’archivio)

Bergamo, 25 marzo 2020 - Nel silenzio surreale dell'ospedale Papa Giovanni XXIII, da settimane in prima linea nell'emergenza coronavirus in Bergamasca, il pianto dei neonati che arriva  dalle sale parto è un messaggio di speranza. Non solo per le neo mamme, costrette a partorire con la mascherina e in solitudine (i papà possono entrare solo al momento del travaglio e parto), ma anche per ostetriche e personale medico, alle prese con turni estenuanti, direttive stringenti e la paura del contagio. Nel reparto di Ostetricia del Papa Giovanni - oltre quattromila parti l'anno - il virus ha cambiato anche il modo di accogliere la nuova vita. Nessun familiare in sala d'attesa, né visite per tutto il periodo della degenza. Il papà vede il piccolo alla nascita e poi tornerà a riprenderlo assieme alla mamma al momento delle dimissioni. 

"Durante il travaglio le mamme piangono in silenzio sopra la mascherina, non per il dolore ma per la paura e la solitudine", racconta Sabrina Bassetti, 37 anni, una delle 44 ostetriche del Papa Giovanni XXIII. "Purtroppo anche in sala parto ci sono donne positive al Covid 19 - prosegue - non possiamo dilazionare le nascite com'è stato fatto con l'attività ambulatoriale non urgente, e ci troviamo a seguire anche 4-5 parti a notte. E magari uno di questi è una partoriente Covid. Dobbiamo anzitutto rassicurarla, pensare a lei e al bambino, rendere meno difficile questo momento che dovrebbe essere il più bello per una donna. E invece oggi una mamma si ritrova sola, con una mascherina che le impedisce di respirare liberamente quando ne avrebbe più bisogno, e davanti a sé ha ostetriche bardate come astronauti, con mascherine, cuffia, doppi camici. Si vedono solo gli occhi. E con quelli comunichiamo, cerchiamo di calmarle, di infondere tranquillità, e la certezza che tutto andrà bene. Mentre noi ostetriche sudiamo dentro camici spesso fuorimisura, perché, secondo le nuove direttive, li cambiamo a ogni turno e le lavanderie ospedaliere non riescono più a starci dietro. Indossiamo  mascherine e cuffiette per tutto il turno, più di otto ore filate, con la pelle che si irrita e prude,  la gola secca che inizia a pizzicare dopo che respiri per ore il tuo stesso fiato. Hai paura, ma sai che non devi averne".

Come è cambiato il vostro lavoro?
"Si sono moltiplicate le direttive per la sicurezza, cambiano ogni settimana, a volte dopo poche ore. Dobbiamo fare attenzione a non contaminare le cartelle cliniche, etichettare il materiale personale e chiudere tutto in doppia busta per non infettare nessuno. Le denunce di nascita non possono essere firmate dai genitori per non rischiare che vengano contaminate, il riconoscimento avviene nei giorni successivi al Comune. E' sfiorita la magia del giorno più bello, i genitori vengono privati della gioia di abbracciare il loro bimbo. Le mamme allattano con la mascherina e il contatto pelle a pelle con il figlio è ridotto al minino. Precauzioni dovute nella provincia lombarda col maggior numero di contagi, perché potenzialmente tutte le partorienti possono essere positive e asintomatiche. Se ci sono sospetti Covid, facciamo il tampone e trattiamo la futura mamma come positiva, perché il risultato non è immediato ma il travaglio non aspetta e dobbiamo proteggere noi stesse e il bimbo che nasce. La gratitudine dei neo genitori, che vedono quanta cura mettiamo in ogni gesto e come cerchiamo di rendere unico e indimenticabile per loro questo momento, ci ripaga di ogni fatica".

Come vivi questo periodo? Hai paura?
"Certo che ho paura. Ho due bimbe di 4 e 2 anni, cerco di tenerle il più lontano possibile da me, non è facile. La notte loro dormono col papà e io da sola, ma quando mi chiedono un abbraccio non riesco a negarglielo. Per me è un toccasana... arrivo a casa stravolta dopo un turno in ospedale. Prima non era così. Mi sentivo una privilegiata a fare il lavoro più bello, accogliere le nuove vite... ora sento addosso tutto il peso della responsabilità, dobbiamo dare la massima disponibilità sul lavoro ed essere più efficienti di sempre. Devi stare attento a non contagiare te e chi ti sta attorno, stiamo facendo un lavoro che non ci appartiene, proteggiamo ogni mamma e ogni bambino da un nemico invisibile e continuiamo a studiare i nuovi protocolli e le direttive regionali. Ed è niente rispetto alla prima linea del pronto soccorso e dei reparti Covid, dove ci sono colleghi che fanno turni inumani e non vedono le famiglie da settimane per paura di portarsi a casa il virus".

Passata l'emergenza ci vorrà un sostegno psicologico anche per medici e personale sanitario.
"Il peso dello stress è enorme.  Ti trovi a dover calmare chi ha attacchi di panico, crisi di nervi. Stiamo facendo cose che vanno ben oltre il  nostro lavoro. In turno siamo sei ostetriche, una è addetta Covid e cambia ogni volta, anche in base allo stato d'animo personale. Lavoriamo in silenzio, si comunica con lo sguardo, si rinuncia al caffè per non togliere la mascherina, si evita di parlare per non confrontarsi con le paure reciproche. Poi scopri che una tua collega è a casa da 10 giorni con la febbre, un'altra ha dei familiari malati... e fai brutti pensieri”.

Cosa ti fa stare peggio? 
"Finito il turno, ogni tanto mi è capitato di piangere sotto la doccia per scaricare la tensione. Le ore di sonno scarseggiano anche quando sono di riposo perché  ripenso continuamente alle procedure anti Covid, all'ordine in cui ho messo e tolto i dispositivi di protezione individuali, all'ultima volta che sono entrata in quella stanza della zona rossa, che ho etichettato quella provetta, che ho toccato quella cartella, se tutto è stato fatto nel modo corretto, se non ho contaminato niente e nessuno. E' così per tutte. Nessuna di noi in questi giorni di emergenza si risparmia, inanelliamo un turno dopo l'altro senza fiatare, cercando di aiutarci tra noi, perché tutte abbiamo famiglia e con le scuole chiuse è difficile organizzarsi.
Il nostro reparto non è il fronte dell'emergenza, ma una retrovia dove si combatte quotidianamente una battaglia di logoramento per difendere mamme e bambini dal virus. Il pianto dei neonati è come un inno alla vita e ci dà la forza di continuare a lottare. Noi dal fronte dell'ospedale, i bergamaschi dalla frontiera delle loro case".