Massimo Bossetti (Ansa)
Massimo Bossetti (Ansa)

Bergamo, 7 luglio 2016 - Il sole inonda i corridoi del carcere di Bergamo. Si annuncia un’altra giornata di afa, di caldo rovente. Al primo piano, le celle della sezione “protetti” si sono aperte come sempre alle otto e mezzo del mattino, si richiuderanno alle otto e mezzo di sera. Tutti i quindici detenuti sono raccolti in corridoio. Tutti tranne uno dei due inquilini della cella 4. Massimo Giuseppe Bossetti è disteso sulla parte superiore del letto a castello che divide con un detenuto pugliese. La cella, come le altre, ha televisore e bagno. Bossetti è a torso nudo, si alza, indossa una canotta blu sopra i pantaloncini corti grigi, infila un paio di ciabatte, si avvicina. Scambia una stretta di mano con il politico lombardo impegnato in una visita nell’istituto di via Gleno. 

L’uomo che da venerdì vive gravato della condanna all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio appare molto provato ma ancora volitivo. È deciso a combattere per dimostrare la sua estraneità all’omicidio della tredicenne di Brembate di Sopra. Parla con il visitatore inatteso che gli chiede come trascorre queste giornate. «Leggo - è la risposta -. Mi piace leggere la cronaca sul giornale. Poca televisione. Ricevo tante lettere di amici, anche di persone che non conosco e mi scrivono. Rispondo».

Ha un pensiero fisso e non riesce a tenerlo per sé: la notte dopo la sentenza, forse più ancora della condanna al carcere a vita, lo ha tenuto sveglio e in lacrime. Lo confessa. «Quello che mi ha sconvolto è l’aggiunta all’ergastolo della perdita della patria potestà genitoriale. Una mazzata». Un tarlo insistente. Anche se i difensori gli hanno spiegato che questa pena accessoria legata all’ergastolo sarà esecutiva soltanto se la terribile condanna diventerà definitiva.

Davvero quest’uomo minuto, rivestito come in una guaina dall’abbronzatura perenne del muratore, sperava di riconquistare la libertà, di trascorrere la serata con la moglie, i tre figli la madre, la sorella? «La speranza era quella di essere capito per la replica del Dna (la ripetizione del test genetico, prova fondamentale secondo l’accusa - ndr). Anche se comprendo l’accanimento nei miei confronti con tutto il clamore mediatico e i soldi spesi nelle indagini».

Inevitabile che il politico si chieda (e chieda a Bossetti) cosa prova un uomo quando, in un’aula di giustizia, sente scandire la parola “ergastolo”. Bossetti si mostra incredulo, come se, a distanza di giorni, stentasse a metabolizzare. «Ancora non credo alla condanna al’ergastolo. Non ho mai commesso nulla». Prima che la Corte si ritirasse per una camera di consiglio che sarebbe durata dieci ore, aveva rilasciato le sue dichiarazioni ed espresso il desiderio, se fosse tornato libero, di incontrare i genitori di Yara. Ha affidato a uno dei difensori una lettera per loro, da consegnare solo dopo la sentenza. «L’ho scritta in agosto, quando ero in isolamento». 

Fermato il 16 giugno del 2014, mentre era al lavoro in un cantiere a Seriate, Bossetti era rimasto in isolamento per 134 giorni, fino al 28 ottobre. Nel giorno del 44° compleanno del detenuto, il sostituto procuratore Letizia Ruggeri aveva revocato il regime dell’isolamento in cella, una decisione a discrezione del magistrato inquirente, non sottoposta al vaglio del tribunale. Fino a quel momento, il detenuto più seguito del carcere bergamasco era controllato da un agente della polizia penitenziaria fisso fuori dalla cella e da un altro che lo seguiva durante l’ora d’aria, trascorsa rigorosamente in solitudine. Vietato ogni contatto con la popolazione carceraria. I suoi incontri erano limitati ai familiari (non più di sei al mese, negli orari ordinari di visita), agli avvocati, agli agenti, al cappellano del carcere. Durante la settimana gli era concessa una telefonata a casa. Rassegnato? Bossetti non lo è. E lo dice. «Combatterò fino alla fine per amore della mia famiglia, che mi è vicina». Il tempo della stretta di mano di commiato. La visita del politico deve proseguire.