Saronno (Varese), 9 gennaio 2017 - «Ci siamo guardati. Leonardo ha praticato l’iniezione a mia madre. Mentre lo faceva, mi diceva che mia madre mi aveva sempre trattato male e che non mi sarebbe mancata». All’epoca una silenziosa intesa, una muta condivisione di colpa con quello che era il suo compagno. Da entrambi nessuna premeditazione. Oggi, da parte di Laura Taroni un’ammissione in un’aula di tribunale.

È il momento centrale e cruciale dell’udienza preliminare in tribunale a Busto Arsizio, uno dei passaggi-chiave dell’inchiesta “Angeli e demoni” che vede come protagonisti Leonardo Cazzaniga, medico anestesista ed ex aiuto primario del pronto soccorso Saronno, e la sua compagna di un tempo, Laura Taroni, infermiera nello stesso reparto. I due condividono l’accusa di avere eliminato la madre della donna Maria Clerici, morta in casa della figlia a Lomazzo il 4 gennaio 2014. Laura Taroni racconta, stimolata dalle domande del gup Sara Cipolla, del procuratore di Busto Gian Luigi Fontana, del pm Maria Cristina Ria. La formula dell’incidente cristallizza le sue dichiarazioni. La sera di Capodanno ha un violento diverbio con la madre, da sempre ostile al suo legame con Cazzaniga. Nei giorni a seguire Maria Clerici, fino a quel momento in buona salute, inizia a soffrire di una forte emicrania e per un’influenza accompagnata da vomito. Preoccupata, la Taroni chiama Leonardo che visita la malata due volte. Nella seconda pratica (con il tacito assenso di Laura, si dovrebbe concludere a questo punto) una iniezione di “fibrinolitico”, un medicinale utilizzato per sciogliere i coaguli di sangue nei pazienti colpiti da ictus. In quel momento Maria Rita Clerici versa in uno stato di torpore per un’iniezione di Plasil fattale dalla figlia. Laura Taroni prosegue nel suo racconto. Parla di una forma di resipiscenza. Tenta di rianimare la madre con un massaggio cardiaco mentre Cazzaniga ricorre alla bombola di ossigeno che lei tiene in casa.

L’equipaggio del 118 che è stato chiamato e accorre trova la coppia impegnata in queste operazioni. Interrogata a sua richiesta il 13 febbraio di un anno fa, nel carcere del Bassone a Como, dopo essere giù stata sentita il 31 gennaio e il primo febbraio, l’infermiera aveva di fatto scaricato Cazzaniga gettandogli addosso un’accusa terribile e univoca: «Leonardo ha deciso di uccidere mia madre». Quindi una volontà unilaterale dell’uomo alla quale lei non si era opposta. Era stato infatti un «sì» la risposta a una domanda precisa del pm: «La decisione di porre fine alla vita di sua madre fu solo di Cazzaniga?». Risposta affermativa anche al quesito successivo: «Secondo la sua esperienza di infermiera, senza quella somministrazione sua madre sarebbe viva?». Nella prima parte dell’udienza, mentre Cazzaniga l’ascoltava, attentissimo, Laura Taroni ha parlato del rapporto con sua madre, travagliato, conflittuale, fin dall’infanzia. Aveva perduto il padre a 4 anni. La Clerici la schiaffeggiava, la maltrattava. Ha ribadito anche di avere sospettato di una relazione fra la madre e suo marito, Massimo Guerra. Dopo la scomparsa di quest’ultimo aveva trovato delle fotografie che li ritraevano insieme. Gabriella Guerra, sorella di Massimo, ascolta, incredula seduta accanto al legale della famiglia, Luisa Scarrone. Non accetta Maria Antonietta Clerici, 82 anni, sorella della morta: «Tutte balle. Mia sorella era rimasta vedova a 29 anni e portava Laura in palmo di mano. Era la sua unica figlia».

Laura Taroni viene interrogata anche su un’altra accusa di omicidio, oltre a quelle per il marito e la mamma, che divide, in concorso, con Leonardo Cazzaniga: la morte del suocero Luciano Guerra, mancato nell’ospedale di Saronno, a 78 anni, il 20 ottobre 2013. Non ha visto nessuna somministrazione al suocero da parte di Cazzaniga, anche se il medico considerava la salute dell’anziano gravemente compromessa. Il giorno del decesso era risalita in camera del suocero dopo una sosta alla macchinetta del caffè e aveva trovato Cazzaniga, ma era in compagnia dei parenti del compagno di camera di Luciano Guerra. La salma dell’uomo era stata esumata nel cimitero di Lomazzo. Gli esami avevano accertato la presenza in sovradosaggio del Midazolam, ansiolitico e sedativo, che non rientrava nella terapia prescritta per il paziente. Il sonnifero era stato impiegato in dosi massive, come attestato dalle cartelle cliniche, nei casi delle prime quattro morti sospette in corsia imputate al solo Cazzaniga.