Saronno (Varese), 11 gennaio 2017 - Leonardo Cazzaniga affronterà il processo in Corte d’Assise. Lo annunciano, nell’aula dell’udienza preliminare a Busto Arsizio i difensori Ennio Buffoli e Andrea Pezzangora. L’ex aiuto primario del pronto soccorso di Saronno è accusato dell’omicidio di nove pazienti in corsia e in concorso con l’amante, l’infermiera Laura Taroni, di quello di tre familiari della donna: la madre Maria Rita Clerici, il marito Massimo Guerra, il suocero Luciano.

La criminologa Isabella Merzagora e lo psichiatra Franco Martelli, periti nominati dal gup Sara Cipolla, illustrano in aula l’esame psichiatrico e la valutazione di sanità mentale. Un’intelligenza lucida. Del tutto assente il delirio. Il disturbo narcisistico di personalità, che si esprime in «grandiosità, autoreferenzialità, presunzione», non intacca la capacità d’intendere e volere. Il medico ha compiuto razionalmente le sue scelte. Sostiene Cazzaniga non per sopprimere ma per «pietas, umanità, lenire la sofferenza fisica e psichica del paziente» considerato «come simile a sé, come fosse un proprio parente», per «rigettare l’accanimento terapeutico». Impartiva il trattamento farmacologico, che aveva chiamato “protocollo Cazzaniga”, al malato «terminale, agonico, con aspettativa di vita di minuti o di ore». Secondo l’accusa si è trattato, al contrario, di omicidi. Antitesi, ma divise da un crinale sottile su cui si giocherà il processo. Cazzaniga dichiara ai periti di avere fatto le prime riflessioni fin dal 1985, al capezzale di una zia, accorgendosi di patire la vista della sofferenza altrui. Afferma di non essersi posto la questione del codice penale, poi di ritenere di non averlo violato. Si sente di aderire «solo parzialmente» alla deontologia medica e dichiara di averne una propri. «Non somministrerò - il suo proposito - ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale». «Se fosse il caso - annotano i periti -, applicherebbe il Protocollo pure a se stesso, come lo ha applicato ai suoi animali».

Ha un alto concetto di sé. «Ero considerato la persona più importante e carismatica del pronto soccorso. Mi ritengo, se non il migliore, uno dei migliori medici. Sì, il migliore per la vastità delle mie competenze». Nei verbali di Pronto soccorso ricorre a volte a un italiano desueto e al latino. Con i periti cita Milton, Schopenhauer, Foucault, Heidegger. «Sono narcisista con grandiosità dell’io», ammette. «È deciso nell’escludere di essersi mai sentito Dio e neppure, più modestamente, Satana. Se mai lo ha affermato con i colleghi, lo ha fatto come battuta di spirito (per esempio all’interiezione ‘Cristo!’, il rispondere ‘Eccomi!’) così come umoristica sarebbe la frase ‘Se c’è bisogno di posti letto, ci penso io’». Spiega come provocazione l’autodefinizione di “angelo della morte”. La conclusione è che «il contenuto del pensiero non è delirante» e che «i motivi dei fatti non sono l’incapcità di autodeterminarsi». Anche Laura Taroni è sana di mente. Nella coppia non si identificavano un “incube” e un “succube”. «Quando ci racconta della relazione con il Cazzaniga, della decisione di entrambi di somministrare farmaci al Guerra (il marito della donna, per ‘neutralizzarlo - ndr), non dimostra una supina accettazione della volontà altrui. Le teste erano due, ma il pensiero era comune. Il racconto non assume né la forma né il contenuto tipico di un delirio». Per i periti, se delitto c’è stato «siamo di fronte a un delitto ‘in coppia’ in cui vi era mutua concordanza».