Busto Arsizio (Varese), 23 novembre 2017 - Stavano per cenare, martedì sera, quando un compagno di cella lo ha aggredito, colpendolo al volto con un piatto di ferro e provocandogli un vistoso ematoma. Per questo motivo è stato trasportato in ospedale dal carcere di Busto Arsizio, in provincia di Varese, Vito Clericò, il pensionato di 65 anni arrestato con l’accusa di aver ucciso e occultato il cadavere di Marilena Rosa Re, 68enne di Castellanza. Dopo le visite è stato riaccompagnato in cella, per poi essere nuovamente accompagnato in ospedale per accertamenti specialistici, ieri mattina. «Ad aggredire il nostro assistito è stato Roberto Guaia, suo compagno di cella. Abbiamo chiesto che Clericó venisse visitato nuovamente da uno specialista per scongiurare lesioni permanenti», ha dichiarato l’avvocato Franco Rovetto, che insieme alla collega Daniela D’Emilio assiste Clericó. 

«Ha vistose ferite all’occhio destro e all’orecchio, che gli sarebbero state provocate da un piatto di ferro, in uso ai detenuti per i pasti - ha spiegato l’avvocato Daniela D’Emilio -. Secondo quanto ci ha riferito stamattina, il suo compagno di cella avrebbe tentato di abusare di lui più volte negli ultimi giorni e ieri sera mentre servivano la cena si sarebbe vendicato del rifiuto». Clericò è tornato in ospedale ieri mattina, scortato dalla Polizia Penitenziaria. Silenzioso, dimagrito, è stato accompagnato da un oculista. I legali hanno presentato denuncia nei confronti di Roberto Guaia, in carcere per aver massacrato a coltellate i figli, nel 2004. L’amministrazione carceraria ha provveduto a spostare l’aggressore in un’altra cella. «Clericò è stato inviato in pronto soccorso per accertamenti, anche se pare abbia riportato lievi lesioni, e Guaia è stato già ricollocato», ha spiegato il direttore della casa circondariale di Busto Arsizio, Orazio Sorrentini. «Clericò non ci ha comunicato di aver subito avances da parte dell’altro detenuto». Ma gli avvocati hanno reso noto che lo stesso Clericò aveva scritto una lettera nella quale spiega di essere vittima di presunte pressioni da parte del suo aggressore già da tempo.