Varese, 8 luglio 2017 - "Sono venuta a conoscenza di qualcosa che, in coscienza, non potevo tenere per me. Come cittadina, come cristiana. Sono andata in questura. Non potevo fare altro. Per me è stato uno strappo notevole. Ho chiesto di dirmi che sbagliavo tutto, che erano scemenze colossali. Questo perché la persona di cui parlavo era un mio amico, a cui avevo voluto bene, a cui dovevo gratitudine". Patrizia Bianchi finalmente, nell’aula della Corte d’Assise di Varese dove Stefano Binda viene processato per l’omicidio di Lidia Macchi. Golf nero, camicetta bianca, collana, depone per otto ore la grande accusatrice. Per avere riconosciuto nella poesia di Pavese, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, trovata nella borsetta accanto al cadavere di Lidia, quella più amata da Binda. Soprattutto per avere riconosciuto la sua grafia in quella della prosa anonima “In morte di un’amica”, recapitata alla famiglia Macchi il 10 gennaio 1987, il giorno dei funerali della ragazza, cinque giorni dopo essere stata straziata con 29 coltellate. È il 2015. Patrizia Bianchi si presenta alla squadra mobile di Varese con quattro cartoline che le ha scritto Stefano. È la svolta nelle indagini.

La conoscenza al liceo classico di Varese, presentati da Giuseppe Sotigiu, compagno di classe di Patrizia. "Aveva una cultura impresionante, un modo di guardare le cose, giudicarle, raccontarle, che mi affascinava". Un irresisibile fascino intellettuale. Lunghe conversazioni anche notturne. Consigli per le letture. Teneri regali. Può essere solo amicizia. senza svolte sentimentali, perché un giorno, al ritorno da Milano con Sotgiu, Binda dichiara la sua misoginia. Patrizia ha conosciuto Lidia Macchi al gruppo scout, ne ammira la profondità, il carisma. La tragedia della sua morte segna una svolta anche nel rapporto con Stefano. Agli occhi di Patrizia l’alone dell’idolo inizia a offuscarsi. Stimolata dalle domande del sostituto procuratore generale Gemma Gualdi, la teste illustra un serie di episodi inquietanti.

La mattina del 7 gennaio 1987 Patrizia apprende dal fidanzato del tempo, Fabrizio, che Lidia è stata assassinata. Telefona a Stefano. "Volevo dirgli che non si sapeva come fosse stata uccisa. Invece ho sbagliato e ho detto: ‘Non si trova l’arma del delitto’. Lui mi ha aggedito con un violenza che non aveva mai usato con me. Voleva sapere cosa si diceva dell’arma, contiuava a chiedermelo". Ancora in quei giorni. Stefano va a prendere in auto l’amica a Comerio. Sono diretti alla sede di Comunione e Liberazione, in piazza Ragazzi del ‘99 a Varese. Binda chiede a Patrizia se sa dove abitano i Macchi, deve consegnare una lettera che ha con sé, dice, indicando la giacca. Patrizia ignora l’indirizzo, risponde evasivamente. Sul pavimento della vettura c’è un sacchetto del pane, marrone. "Non toccarlo assolutamente", ingiunge il ragazzo. Deve contenere qualcosa di pesante perché durante il tragitto rimane fermo. L’auto si arresta nella zona di Masnago. Binda scende portando con sé il sacchetto. Quando ricompare, una decina di minuti dopo, non lo ha più.

Ai funerali di Lidia, nella basilica di San Vittore, don Fabio Baroncini, assistente spirituale della Gioventù Studentesca, conclude l’omelia con la frase:"«E adesso l’assassino di Lidia passi la vita a fare del bene". Don Fabio, si chiede la Bianchi, conosce il responsabile, il suo era un messaggio per l’assassino? "Lidia era morta da poco. Dopo una funzione a San Vittore , Stefano mi ha detto: ‘Tu non sai cosa sono stato capace di fare’. La mia risposta è stata: ‘Potresti anche avere ucciso tua madre, ma io sarei sempre tua amica”. Si era confessato con un prete che gli gli aveva detto che, per la sua responsabilità, lo perdonava". Gavirate. Mentre sono seduti su una panchina di pietra, Binda confida all’amica che deve andare a don Baroncini a raccontargli "qualcosa di pesante".