Varese, 7 settembre 2017 - Nuova udienza davanti alla Corte d’Assise nel processo a Stefano Binda, l'ex compagno di liceo di Lidia Macchi. Binda è accusato di aver ucciso la studentessa varesina, ammazzata con 29 coltellate nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1987, Binda per questo è in cella dal 15 gennaio 2016. Oggi è stato il giorno del criminologo Franco Posa, incaricato dal sostituto procuratore generale Manfredda, che condusse l'inchiesta che portò ad arresto di Binda.

L'esperto aveva avuto duplice consulenza: ricostruire dinamica omicidio, interpretare la famosa lettera "In morte di un'amica" arrivata il 10 gennaii 1987 alla famiglia della vittima e leggere i diari. Posa ha risposto alle domande dell'accusa sulla prima parte ossia dinamica dell'omicidio. Ha sostenuto che Lidia Macchi è stata uccisa nel luogo dove è stato ritrovato cadavere, una valutazione diversa da quella espressa Mario Tavani che eseguì all'epoca l'autopsia ed esaminò la scena del delitto e che è stato sentito a luglio in una delle ultime udienze del processo.

Posa ha detto che l'aggressione a Lidia - secondo quanto da lui rilevato - avvennne all'interno dell'auto, la sua Panda, con un primo tentativo di difesa che porto a una ferita tra due dita della mano e ferite nella zona del collo. Lidia riuscì a uscire dall'auto, rimase in posizione eretta per quelche istante, il tempo di essere colpita all'addome dall'aggressore. Poi cadde prona e ricevette - quando era già priva di sensi - altre 16 coltellate. In tutto 29 inflitte, quelle alla schiena con tre colpi ravvicinati, a testimonianza di una violenza incontrollata. Il fatto che fosse trovato poco sangue è stato spiegato da consulente con il fatto che sangue in zona collo è stato trattenuto da colletto rialzato e sciarpa. Per le ferite alla schiena il sangue è stato invece trattenuto da giubbotto e camicia e dalla maglietta. 

(ha collaborato GABRIELE MORONI)