Varese, 12 aprile 2017 - Al via, questa mattina, davanti alla Corte d'Assise di Varese, il processo per l'omicidio di Lidia Macchi, la studentessa varesina uccisa con 29 colpi di coltello la sera del 5 gennaio 1987 nel bosco di Cittiglio. Unico imputato Stefano Binda, 50 anni, ex compagno di liceo della vittima, presente in aula, nella gabbia dei detenuti: jeans, camicia e giacca blu, visibilmente dimagrito. L'uomo ha parlato a lungo con i suoi difensori, Patrizia Esposito e Sergio Martelli e i suoi legali hanno chiesto alla Corte di concedergli la possibilità di sedersi sul banco degli imputati accanto a loro. La difesa ha anche chiesto di non ammettere la presenza in aula di telecamere e macchine fotografiche per scongiurare il rischio di "violenza mediatica nei confronti dell'imputato". I giudici hanno deciso che potranno esserci quelle di Rai, Mediaset e tv locali. Guida la Corte Orazio Muscato, presidente della sezione penale, con al suo fianco il giudice Cristina Marzagalli, giudice supplente Alessandra Mannino. Cinque donne e un uomo compongono la giuria popolare come membri effettivi, due donne e un uomo i supplenti. Una delle giurate ha presentato un certificato medico ed è stata sostituita. 

La copia della lettera intitolata 'In morte di un'amica' che l'assassino di Lidia MacchiIL COLPO DI SCENA  - L'udienza è iniziata con un colpo di scena. "Quella lettera non l’ha scritta Stefano Binda, sono stato io". Il 4 aprile un avvocato di Brescia ha ricevuto mandato di rappresentare il presunto e vero autore della lettera 'In morte di un’amica', missiva anonima recapitata a casa Macchi il 10 gennaio 1987 giorno dei funerali di Lidia Macchi. Il componimento, contenente riferimenti che secondo gli inquirenti solo l'assassino poteva conoscere, era stato attribuito a Binda sulla base del racconto di una testimone che quasi trent'anni dopo il delitto aveva riconosciuto la sua scrittura e di esami calligrafici disposti dal sostituto pg di Milano Carmen Manfredda (ora in pensione e sostituita dal sostituto pg Gemma Gualdi per rappresentare l'accusa nel processo a Varese), che nel 2013 aveva avocato le indagini sfociate nell'arresto dell'uomo, ex compagno di liceo della vittima.

Invece, il legale bresciano rappresenta quello che sarebbe il vero autore della missiva, per sua stessa ammissione. L’uomo preso dal rimorso dopo l’arresto di Binda, in carcere da oltre un anno, avrebbe deciso di farsi avanti confessando di essere lui l’autore della famosa lettera. E decidendo di farsi rappresentare da un legale. Chi sia l’uomo al momento non è noto. La lettera del legale, che a questo punto è stato inserito settimana scorso in lista testi, è stata notificata alla procura generale di Milano, al presidente della corte d’assise e ai difensori di Binda Patrizia Esposito e Sergio Martelli. Gli avvocati Esposito e Sergio Martelli chiedono che venga ascoltato in aula come testimone l'avvocato (non presente nella lista testi) che è stato contattato dal presunto autore del componimento e lo scorso 4 aprile ha inviato una lettera alla difesa, alla Corte d'Assise e alla Procura di Varese.  "Il nostro assistito era commosso - ha spiegato l'avvocato Esposito - quando lo abbiamo incontrato in carcere per informarlo di questa importante testimonianza che lo scagiona". 

Stefano Binda

SCONTRO SUL NUOVO TESTE - Secondo Sergio Martelli, uno dei difensori di Stefano Binda, la testimonianza dell'avvocato bresciano  è "sacrosanta per raggiungere la verità". Per il legale di parte civile Daniele Pizzi, che assiste i familiari della vittima, invece, si tratta di "un goffo tentativo di trovare un'alternativa sull'autore della lettera anonima". Un tentativo peraltro inutile, considerato che "è stato già scientificamente provato che a scriverla è stato Stefano Binda". I giudici della prima Corte d'Assise di Varese si sono ritirati in camera di consiglio per decidere se sentire come testimone l'avvocato del Foro di Brescia Piergiorgio Vittorini, che il 4 aprile scorso ha inviato una mail ad avvocati, pm e giudici (ma non alla parte civile) annunciando di essere stato contattato da un uomo che rivendica la paternità del componimento "In morte di un'amica" vergato, secondo gli inquirenti, dell'assassino della studentessa varesina.

Il problema, ha osservato l'avvocato di parte civile Pizzi in aula, è che il nome del legale bresciano non è stato inserito nella lista testi della difesa nei termini previsti, ossia entro il 4 aprile. I difensori
dell'imputato hanno presentato richiesta di integrazione della propria lista testimoni soltanto il 10 aprile. La loro istanza va dunque rigettata perché "presentata 6 giorni dopo la scadenza dei termini" e perciò "intempestiva". Inoltre, ha puntualizzato ancora il legale di parte civile, "come emerge dalla lettura della mail, l'avvocato Vittorini intende mantenere il segreto professionale e perciò non rivelare il nome dell'autore dello scritto anonimo. Il codice di procedura penale parla chiaro: la testimonianza de relato è vietata perché indiretta". Dura la reazione della difesa Binda. "Questa testimonianza - ha sottolineato l'avvocato Martelli - è fondamentale per la ricerca della verità. Dire che il nostro è un goffo tentativo è offensivo. Insisto perché venga sentito". La difesa ha anche chiesto la scarcerazione di Binda: "Le esigenze cautelari non ci sono. L'unico precedente di Binda riguarda una sanzione per essersi messo alla guida dopo aver fumato uno spinello". Dopo 3 ore di camera di consiglio la Corte ha respinto la scarcerazione di Stefano Binda, chiesta dalla difesa e ha accolto la testimonianza dell'avvocato Vittorini che verrà sentito dopo testimoni dell'accusa e della parte civile, con la Corte che si riserva la valutazione della sussistenza del segreto professionale. Prossima udienza il 28 aprile.

"LUCE IN 30 ANNI DI BUIO" - Prima dei legali, ha preso la parola il sostituto procuratore generale Gemma Gualdi che, prima di fare richieste istruttorie, ha compiuto un lungo e quasi appassionato preambolo: "Non è questa la fase per fare retorica e non è nel mio stile, ma non sarà un processo come altri, sarà un processo unico, non c'è flagranza, confessione o prova documentale". E ha proseguito: "Sarà unico anche perchè sorge a 30 anni dai fatti, 30 anni di buio. Un dolore per tanti giovani, anche per l'assassino che si è tenuto dentro questo gesto immotivato". Gualdi ha concluso: "Abbiamo sete di verità e giustizia, anche dopo l'arresto di un incolpevole sacerdote (primo indagato nell'omicidio ndr). Con umiltà e dolore, come rappresnetate dello stato, cercherò di trovare la verità e fare luce in questi anni di buio".

"DOPO 30 ANNI SPERO IN VERITA'" -  "Dopo trent'anni di sofferenza finalmente si apre il processo sulla morte di mia figlia, spero che emerga la verità". E' quanto ha detto Paola Bettoni, la madre di Lidia Macchi, in una pausa della prima udienza del processo a carico di Stefano Binda. La donna, assistita dall'avvocato Daniele Pizzi e presente oggi in aula, si era costituita parte civile nel corso dell'udienza preliminare. "Non voglio un colpevole a tutti i costi - ha affermato - ma voglio che si faccia chiarezza dopo tanti anni".

STEFANO BINDA - Il presunto killer, che si proclama innocente, venne arrestato il 15 gennaio 2016, dopo la riapertura delle indagini da parte del sostituto procuratore generale di Milano, Carmen Manfredda, nel frattempo andata in pensione e sostituita dalla collega Gemma Gualdi. A incastrarlo, secondo l'accusa, sarebbe la perizia grafologica che lo identifica come l'autore del componimento "In morte di un'amica", recapitato alla famiglia Macchi il giorno dei funerali di Lidia e da sempre ritenuto dagli inquirenti opera dell'autore del delitto. 

 

ha collaborato GABRIELE MORONI