Saronno  (Varese), 7 novembre 2017 - «Nostro padre era stato visitato dal medico di famiglia il giorno prima. È entrato in ospedale camminando con le sue gambe. Era malato di tumore, la prognosi era infausta, ma non c’era un pericolo immediato. Infatti è stato ricoverato in codice verde. È morto in meno di venti minuti al pronto soccorso». Patrizia e Loredana sono due dei quattro figli di Angelo Lauria, muratore in pensione di Rovello Porro, mancato il 9 aprile del 2013, a 69 anni, al pronto soccorso del presidio ospedaliero di Saronno. Uno dei quattro decessi che l’ordinanza di custodia del novembre di un anno fa addebita come omicidio a Leonardo Cazzaniga, medico anestesista e al tempo viceprimario del pronto soccorso. Patrizia e Loredana Lauria raccontano quella mattinata di incredulo sgomento nello studio dell’avvocato Fabio Gualdi, il legale di Como che le assiste con la madre e i fratelli.

«Quella mattina - ricorda Patrizia - nostro padre si è presentato dall’oncologo per una visita. Lo abbiamo accompagnato mia madre e io. Aveva l’ossigeno portatile per le sue difficoltà di respirazione. Nella visita gli hanno scoperto dell’acqua nei polmoni. Per quanto ne avrà ancora, ho chiesto? ‘Una settimana’, è stata la risposta dell’oncologo. Mi ha detto che lo mandava al pronto soccorso per poi ricoverarlo. Papà è sceso con la mamma e una infermiera. Ha aspettato nel salottino del pronto soccorso, tranquillo. Io sono uscita per avvertire a casa. Sono rientrata dieci minuti dopo le 10. I miei genitori non c’erano più. Mia mamma è uscita dall’ambulatorio. Cazzaniga prima le aveva detto che poteva rimanere e poi l’aveva fatta uscire. Uscendo, lo aveva sentito dire ‘Mettetegli una flebo qualsiasi’. Quelle parole avevano colpito mia madre». 

«Altri dieci minuti. È uscito Cazzaniga, ci ha preso da parte. ‘La situazione la sapete’. Gli ho riferito che l’oncologo dava a mio padre ancora una settimana di vita. ‘Anche meno’, ha risposto. ‘Adesso lo mandiamo in coma farmacologico’. Ho pensato che fosse per aspirare l’acqua dai polmoni. Ho telefonato ai miei fratelli. Dopo altri dieci minuti è ricomparso Cazzaniga. ‘Se volete potete venire a salutarlo’. ‘Salutare chi? Ma sta scherzando?’. Lo abbiamo seguito. Papà era senza più la mascherina dell’ossigeno. Il monitor era spento. Gli ho guardato la bocca, speravo che respirasse. Era morto. Vedevo gli infermieri a testa bassa. Cazzaniga era al computer. ‘Potete toccarlo che lui vi sente’, ci ha detto. Cosa poteva sentire, se non muoveva più nemmeno un labbro? Cazzaniga si è alzato, è andato dietro il monitor, ha staccato una spina. ‘Se volete, ci ha detto molto gentilmente, posso chiamare il prete’. Ci ha mandato in un’altra stanzetta e ci ha fatto attendere. Sono arrivati quelli della morgue dell’ospedale. Ci hanno detto ‘è libero’, potevamo prenderlo e portarcelo via. Quando lo hanno rivestito prima del funerale, la mamma ha notato un cerotto all’altezza del cuore che prima non aveva». «Non c’è stata autopsia - aggiunge Loredana -. Dall’ospedale non abbiamo avuto nessun referto».

«Questa - dice l’avvocato Gualdi - si attende giustizia. Siamo parti civili sia nei confronti di Cazzaniga sia nei confronti dell’ospedale per la responsabilità civile. In questi casi il lavoro del legale è anche quello di adoperarsi, servendosi dei mezzi previsti dall’ordinamento giuridico, per ottenere un risarcimento congruo e adeguato per i danni subiti dalle vittime. È vero che c’è una politica da parte dell’ente responsabile e delle compagnie di assicurazione di non provvedere immediatamente a delle offerte risarcitorie, peraltro obbligatorie alla luce della recente normativa in materia. Ma tutto ciò è in contrasto con la pretesa di un danno d’immagine subito dall’ente ospedaliero, che si è costituito contro Cazzaniga. L’ospedale aveva compiti di supervisione e controllo».