Saronno (Varese), 13 febbraio 2018 - «Mi hanno chiamato i carabinieri: “Ci spiace di darti questa brutta notizia”. Ho risposto: “Sono due anni che l’aspetto”. Chiedo che l’iter giudiziario faccia il suo corso. Questo chiedo. Chiarezza e giustizia per mio nonno, l’uomo che mi ha cresciuto da quando mi ha preso in casa, non avendo i genitori. Avevo due anni, sarei potuto finire in una casa-famiglia. Mio nonno, che aveva già sessant’anni, ha detto: “Lo prendo io”. Mi ha fatto da padre e da nonno, era l’ultima persona della mia famiglia, è vissuto con me fin al suo ultimo giorno. E non meritava quella fine». Il tempo non ha attenuato l’affetto e la devozione. Al contrario. Luca Rossoni è ancora più giovane dei suoi 35 anni. È il nipote di Pietro Oliva, di Saronno, con quella di Federico Mascazzini, di Cislago, le ultime due morti che hanno portato a undici gli omicidi in corsia di cui è accusato Leonardo Cazzaniga, al tempo anestesista e aiuto primario del pronto soccorso di Saronno, che le avrebbe provocate con un sovradosaggio di farmaci. 

Pietro Oliva prende congedo dalla vita il 7 novembre del 2010, a 84 anni. «Il nonno – ricorda Luca – era un malato tumorale ma i medici ci avevano detto che aveva ancora un anno di vita. Era in una casa di cura di Saronno, il Focris. Lo conoscevano, c’era già stata la nonna. Ce l’ho accompagnato il venerdì sera, perché venisse aiutato a respirare. Sabato lo hanno portato in ospedale per precazione, perché nel fine settimana non c’era il medico e volevano garantirgli l’assistenza con l’ossigeno. È morto alle due della notte fra domenica e lunedì. Cazzaniga c’era anche quella notte. L’avevo già conosciuto. Ho pensato subito a qualcosa di strano, solo che allora me la sono presa con il Focris».

Luca lascia scorrere il ricordo di un nonno speciale. Volontario nell’ultima guerra nei nuotatori-paracadutisti della Decima Mas, una croce di guerra con la quale è stato sepolto. Imprenditore nel campo dell’acciaio, dell’abbigliamento, dei distributori di benzina, a Saronno e nel Milanese.  Impegnato nel sociale, fra i fondatori della cooperativa Ozanam. Il nonno anche di tutti gli amici del nipote. Un uomo attento, curioso, che, già ottuagenario, apre la sua pagina Facebook.Luca Rossoni si costituirà parte civile con l’avvocato Angelo Licata. 

Un caffè offerto e poco dopo la notizia che il marito è morto. Una villetta di Cislago. Sul citofono c’è ancora il nome di Federico Mascazzini, morto al pronto soccorso di Saronno, a 75 anni, il 14 dicembre 2010 dopo una vita di lavoro prima come stuccatore, poi da operaio metalmeccanico. «Mio marito – ricorda Gianfranca Landoni, la moglie – era in carrozzina già da dieci anni per una emorragia cerebrale. Era malato di tumore, però, compatibilmente con la malattia, stata abbastanza bene. Respirava con fatica. Con mio figlio Roberto abbiamo deciso di farlo ricoverare a Saronno. Al pronto soccorso sono stati gentili, ci hanno offerto il caffè. Alle 9 ci hanno fatto entrare. Era in coma...». «Quando – aggiunge la figlia Patrizia – è uscita tutta la storia l’abbiamo detto più come battuta: “Vuoi vedere che ...”. Quella notte mio padre ha avuto per la prima volta dei problemi respiratori. Verso le 6-6.30 abbiamo chiamato l’ambulanza. “Papà, gli ho detto, sveglio i ragazzi per mandarli a scuola e vengo in ospedale”. Era lucido, cosciente. Mi ha telefonato mia mamma: “Non avere premura, papà è morto”».