Varese, 13 aprile 2017 - «Stefano Binda non ha scritto la lettera anonima. Un mio assistito mi ha riferito di essere l’autore. Chiedo di testimoniare». Inizia così, in Assise a Varese, il processo a Stefano Binda, quasi cinquantenne varesino di Brebbia: è accusato dell’omicidio di Lidia Macchi, la studentessa militante come lui di Comunione e Liberazione, massacrata con 29 coltellate la sera del 5 gennaio 1987 nel territorio di Cittiglio. Entra un nuovo testimone chiesto dalla difesa, un noto avvocato di Brescia, Piergiorgio Vittorini, parte civile per il Comune, la Cisl e la famiglia Bazoli al processo per la strage di piazza della Loggia, docente a contratto nell’università lombarda. «In morte di un’amica» è la prosa poetica anonima recapitata alla famiglia Macchi il giorno dei funerali di Lidia. È uno dei cardini dell’accusa contro Binda. La missiva è opera dell’assassino, hanno sostenuto dall’inizio gli inquirenti, che vi riconoscevano particolari dell’omicidio.

La scrittura, ha stabilito una consulenza grafologica, è quella di Binda, che quindi mente quando ne rifiuta la paternità. Il 5 aprile l’avvocato Vittorini invia una lettera al presidente della Corte d’Assise, al procuratore generale, ai difensori di Binda, Patrizia Esposito e Sergio Martelli, al presidente dell’Ordine degli avvocati bresciani. «Ho parlato – dice Vittorini, raggiunto prima che la Corte si pronunciasse – di una persona di cui non ho declinato il nome, né al maschile, né al femminile». Crede alla sua buona fede? «Non faccio di mestiere il guastafeste. Mi sono assunto una responsabilità. Gradirei che venisse rispettata la serietà dell’atto che mi sono assunto. Se mi vogliono sentire sono pronto». I giudici ammettono la testimonianza dell’avvocato bresciano: verrà sentito dopo i testi dell’accusa e della parte civile e la Corte di riserva di valutare la sussistenza del segreto professionale. Il commento dell’interessato è un sobrio «benissimo», oltre a sottolineare l’obbligo assoluto del segreto professionale. Esiste un precedente: la testimonianza di un grande penalista, il professor Giandomenico Pisapia che salvò Pasquale Virgilio, il ‘biondino’ di piazzale Lotto a Milano, accusato dell’omicidio di un benzinaio nel 1967. Pisapia dichiarò in Assise di aver ricevuto la visita di una persona che gli aveva rivelato fatti e circostanze che scagionavano l’imputato. L’avvocato Daniele Pizzi è parte civile per Paola Bettoni, mamma di Lidia, e per i fratelli: «Non siamo contrari all’accertamento della verità. Che la persona che sostiene di avere scritto la lettera si presenti, si sottoponga al test del Dna e a un saggio grafico». La difesa chiede la libertà per Binda. La Corte nega. «Sono amareggiata» è il commento finale dell’avvocato Esposito. «Le motivazioni del rigetto della scarcerazione: possibile che dopo quasi un anno e mezzo che Binda è detenuto sopravvivano ancora esigenze cautelari così forti? Gli potevano essere concessi i domiciliari. L’avvocato Vittorini è stato ammesso, ma se va bene verrà sentito fra mesi. Viene il dubbio che non la si ritenga una testimonianza determinante».

Prima delle sue richieste, il sostituto procuratore generale Gemma Gualdi, per l’accusa, pronuncia una introduzione elevata, a tratti accorata. «Abbiamo bisogno di verità e giustizia dopo trent’anni in cui la giustizia non ha saputo trovare la strada maestra. Trent’anni di buio, dolori, tormenti, sviamenti, depistaggi. Io non appartengo a nessuna consorteria, ad alcun gruppo religioso o di potere politico. Vi chiedo di inseguire la verità e giustizia».
«A parte le mie condizioni di salute va tutto bene». Stefano Binda rilascia una battuta. Dimagrito di una ventina di chili, occhiali e barbetta professorale, giacca blu, camicia bianca, segue con attenzione l’udienza e prende appunti. Un dettaglio: quando è entrata in aula, Gemma Gualdi si è avvicinata alla gabbia dove c’era Binda e i due si sono brevemente stretti la mano.